Posts Tagged 'racconti'

Presentazioni d’autunno

Mercoledì 13 ottobre, ore 18.00 presso la Galleria delle Donne, via Fabro, 5 – Torino, presentazione del libro “Di donne e di gatti” di Gemma Rota Surra.
A seguire, aperitivo (€ 5,00).

 

 

 

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Mercoledì 13 ottobre, alle 15,30, in occasione della manifestazione nazionale OTTOBRE, PIOVONO LIBRI…, A TORINO SI LEGGE IN TRAM E IN BIBLIOTECA,
presentazione di “Fra marsine e merletti” di Vittorio G. Cardinali. Una insolita presentazione sul tram storico, partenza da via Bertola, 10, percorso per le vie del centro, ritorno dopo un’ora circa.

 

 

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Venerdì 15 ottobre, ore 18.00 presso il Centro di studi e ricerche Mario Pannunzio, Via Maria Vittoria 35h, Torino, presentazione de “I quattro massoni di Chieri” di Amedeo Pettenati.

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LUNA NUOVA – 5 ottobre 2010 – “L’ospedale Collegno” vince il concorso letterario

COLLEGNO – “Ma Collegno non è solo un manicomio?”. La curiosa domanda è alla base de “L’ospedale Collegno”, il divertente racconto di Mario Gramaglia vincitore del concorso letterario “ScriviCollegno”, indetto dall’amministrazione per celebrare i 30 anni di “Collegno Città”. La scorsa settimana, nella sala lettura della biblioteca civica, è stato presentato l’omonimo volume edito dalla rivolese Neos Edizioni. L’antologia raccoglie i dieci migliori racconti pervenuti al concorso, dieci brevi narrazioni sul tema “raccontare Collegno attraverso luoghi, storie, emozioni e ricordi” selezionati da una giuria composta dalla “grande lettrice” Anna Iachi (più di 200 libri divorati in un anno), dalla presidente della Neos Silvia Ramasso, dalla scrittrice Teodora Trevisan e dalla coordinatrice della biblioteca Noemi Turolla. Dietro Gramaglia, Marco Gariglio con “Scheletri alle porte” e “La città immaginaria” di Alessandro Gotti. A seguire, Riccardo Torchio, Bruno Salis, Chiara Bertora, Silvia Rosina, Tommaso De Martino, Valeria Amerano e Ivana Scarzella. E, in conclusione, un contributo dell’assessore alla qualità della vita di Collegno Paolo Macagno. Insomma: un libro che, con le sue storie emozionanti, a volte nostalgiche a volte ironiche, racconta la storia di Collegno, mischiando grandi avvenimenti a piccole vicende quotidiane, fantasia e memoria, riflessioni e speranze. Un’esperienza positiva che ha dato i suoi frutti. Ha già preso il via, infatti, il concorso “ScriviCollegno 2011”. Tema: la poesia civile. Ispirata cioè ad argomenti che non riguardano il singolo, ma l’intera comunità, tra celebrazioni, denunce e riflessioni tu temi collettivi. Il bando è disponibile sul sito del Comune: http://www.comune.collegno.to.it

Luglio 2010 – una settimana di presentazioni

Giovedì 1° luglio, alle 20.00, presso Casamica in strada Martini, 16 a Pino Torinese (To) – Presentazione di “La piazza della zingara” di Riccardo Marchina.

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Venerdì 2 luglio, alle 21.00, presso il Bar “La Grotta Azzurra” a Pessinetto Fuori (To), in via Pessinetto Fuori, 8B – Presentazione di “Pur sempre vivendo” di Elisabetta Zanellato.

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Sabato 3 luglio, alle 18.00, negli spazi espositivi della galleria d’arte ViviArteViva in via Madonna delle Rose, 34 – Torino – Presentazione di “La mongolfiera lunatica e altri poemetti” di Postremo Vate.

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Lunedì 5 luglio, alle 18.00, presso la Sala Viglione, Palazzo Lascaris, via Alfieri, 15, a Torino, l’Associazione Immagine per il Piemonte e Neos Edizioni presentano degli Atti del Convegno:
FRA MARSINE E MERLETTI – Viaggio diplomatico a Plombières.

Saluti di: Alberto SINIGAGLIA, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte; Silvia RAMASSO, presidente NEOS Edizioni; Vittorio G. CARDINALI, presidente dell’Associazione Immagine per il Piemonte.

Interventi di: Roberto COALOA docente Università Statale di Milano, giornalista “Il Sole-24 Ore”; Roberto FAVERO, studioso di storia, presidente associazione culturale Costantino Nigra; Paolo E. FIORA di CENTOCROCI, docente incaricato in storia e teoria del restauro presso l’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”; Barbara RONCHI della ROCCA, esperta di galateo e scrittrice

In collaborazione con il Consiglio Regionale del Piemonte.

“PROVA BIKINI” – INVITO ALLA SCRITTURA

Alle amiche che amano scrivere, ecco un invito su un tema estivo. Un tema leggero, frivolo se vogliamo, ma sul quale, sicuramente, ognuna di noi ha qualcosa da dire.
Con i pensieri, i discorsi tra sé e sé, i dubbi e le considerazioni che si fanno davanti allo specchio, si potrebbero riempire pagine e pagine. Noi vi chiediamo solamente un massimo di 30 righe di word.

Inviate il vostro brano all’indirizzo e-mail amicidineos@gmail.com entro il 21 giugno (non dimenticate di indicare il vostro nome!).

Tutti i brani verranno pubblicati sul blog https://felicidileggere.wordpress.com

Buona scrittura!

Nicoletta

immagine tratta dal sito
www.ciemmerre.com/…/page/2/

“Il viaggio” di Riccardo Marchina

Gli aerei che volano al crepuscolo commettono peccato perché violano la pace del cielo. Disturbano il fragile equilibrio del cosmo e fanno tremare le stelle anche quando non è la notte di San Lorenzo. La luna riflette la luce del sole in questo spicchio di mondo. Illumina le parole e gli schiamazzi della gente che tira tardi e di andare a dormire non ne vuole sapere. Ogni discorso è un frammento di storia e di vita vissuta. Ogni gemito è angoscia o serenità, divertimento o preoccupazione. Milioni di parole sono solo banali pettegolezzi, fiato e letteratura sprecati; altre risultano fondamentali per tenere in piedi il cielo. Ma questo è noto solo agli iniziati, a coloro che ricordano ancora di alzare la testa e godere dello spettacolo celeste. I pensieri più vari e assai disordinati, proprio come appaiono gli astri, accompagnano Asra sdraiata al buio. La intrattengono, quasi come una musica soave che conquista la sua mente nomade.
Sdraiata su un giaciglio di fortuna sul cassone di un carro in legno scoperchiato, Asra è solita addormentarsi in questo modo. Naturalmente predilige l’estate perché può farlo all’aperto e può godere dello spettacolo offerto dal soffitto del mondo. In una notte così ventilata, poi, è anche estranea al fastidio delle zanzare e agli odori molesti della latrina ricavata poco più in là.
Il carrozzone è scrostato dall’insistenza delle intemperie affrontate nel corso i lunghi anni in cui ha girovagato per l’Europa intera, ma è ancora un buon ricovero. Da uno dei paletti che servono per montare il tendone utilizzato in inverno, come capotte del mezzo, parte un filo dritto e bianco su cui sventolano stracci stesi, come bandiere di nazioni malconce.
Per terra, non distante dalle ruote, ci sono i tappeti su cui si stenderanno più tardi gli uomini. Loro arrivano sempre a notte fonda, solo quando le dita non riescono più a pizzicare le corde del violino per la stanchezza e l’usura. Se ne tornano solo quando le cantine chiudono e la gente se ne va a dormire ubriaca di vino e d’illusioni più o meno felici, fomentate dalla vita sociale.
Le donne hanno il privilegio di poter riposare prima e, anche se il viaggio non è ancora finito, possono consegnare al domani il loro drabarimòs.
Non ricordo quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho incontrato Asra. Non ho presente nemmeno in quale campo o periferia ci siamo incrociati. Chissà, tra cani spelacchiati dall’alopecia e cumuli di rifiuti ammassati sui marciapiedi.
Ma a me piace ricordarla così, mentre guarda verso l’alto le stelle del cielo, dal basso della Camargue, dove si trova, naturalmente di passaggio.
Mi sembra che la nostra amicizia, o meglio direi il nostro contatto, si sia chiuso con un atto informale un ciao, più simile a un “a domani”, che a un vero e proprio addio. E’ buffo che con certe persone ci si congedi con ufficialità un gran numero di volte, per ritrovarsi in qualche modo sempre o intralciarsi di nuovo, e con altre basti un ciao per non vedersi mai più.
La nostra conoscenza è stata più che altro scambio di informazioni… viaggio su due pianeti diversi: il suo quello dei rom (che poi nella sua lingua significa essere umano) e il mio quello dei gagè (semplicemente non rom).
Sono vecchie ciance, se non da bar, da centro d’ascolto o circolo parrocchiale, avvenute una manciata di anni fa.
Oggi lei sa che tra i gagè il posto di lavoro fisso è un miraggio, anche se quando glielo raccontavo non riusciva a capire il perché noi “non rom” ambissimo a farci imprigionare da un ufficio o una fabbrica; condivide l’idea che la letteratura sia una fuga dalla realtà, soprattutto quando questa è sempre uguale e monotona; ha chiaro che gli americani di oggi sono gli antichi romani della notte dei tempi o gli ottomani dell’epoca dei suoi bisnonni.
Abbiamo riso più di una volta della pubblicità passata per la radio di stato negli anni Settanta, recitata da annunciatrici fredde, scazzate e mono-tono. Ci siamo chiesti come certi vecchi possano pensare di curare la cirrosi epatica a colpi di stravecchie di prima mattina al bar della stazione.
Se non mi confondo, per lei il mondo è degli ubriaconi, dei rabdomanti dell’acquavite persi dietro un bicchiere di aceto con il sogno fisso del vino delle nozze di Cana.
Asra mi ha insegnato che la cultura, o meglio la tradizione degli zingari, è imbevuta di bibbia.
Tra le varie storie, come quella dello zingaro anziano e malconcio che si perde i bambini dal carro per tutto il mondo, lampante giustificazione della presenza gitana ovunque; o quella della cottura dell’essere umano, (il nero è troppo cotto, il bianco troppo poco, lo zingaro rosolato al punto giusto), ho saputo anche di credo più profondi. Gli zingari, ad esempio, sono certi della metempsicosi, ovvero della trasmigrazione dell’anima dopo la morte in oggetti, animali, persone o ambienti. Asra percepisce presenze ovunque e parla di esseri demoniaci come Nivasha o Phuvasha, di streghe e spiriti dei morti buoni.  Asra, come tutta la sua gente, è fatalista e karmatica cronica.
Nel suo mondo inafferrabile, compare l’anima di Papusza e della sua poesia… Mi ha insegnato che è la gente che non conta a meritare monumenti. Secondo lei sono solo alcune anime semplici e pure a mantenere in piedi questo mondo sempre più malato. “Allora, i pilastri che servono sono quelli che se ne stanno nascosti sotto terra, nell’anonimato?”, le ho chiesto irriverente io.
Asra ha cercato di farmi capire la pace, come la si deve cercare dentro di noi, e come si diffonde con il pensiero, senza il supporto d’inutili parole, di discorsi ovattati da improponibili e goffi altoparlanti.
Poi, un giorno, se n’è andata a drabarimòs.
Andare a drabarimòs, come mi ha raccontato, vuol dire vagare per chiedere l’elemosina, aiuto, o qualsiasi cosa. Drabarimòs è anche leggere la mano in cambio di compensi.
Asra sostiene che le profezie delle carte o quelle ricavate dalla decifrazione delle pieghe sul palmo bianco di genti pulite, siano utili solo a certe ragazzine, che confondono l’amore con la dissenteria e si lagnano in infiniti sospiri e mal di pancia. Tuttavia, non condivide il mio scetticismo sui fenomeni paranormali e si dichiara dedita alla comunicazione con il divino e l’occulto vero. Ben diversa la sua mente dalla mia. Figlio della religione laica, io credo che la preghiera del mattino corrisponda alla lettura del quotidiano, l’informazione.
“Se vuoi essere saggio, ascolta”, mi ripeteva sempre.
La parola drabarimòs viene da un’antica leggenda, tramandata da un rom kalderash dell’Argentina, probabilmente arrivato dalla Russia. In pratica, la divinità O Del (un dio biblico) avverte i rom di lasciare in fretta e furia il paese in cui si trovano. L’onnipotente ha infatti deciso di punire ferocemente il re dei gagè e tutta la sua gente. Gli anziani nomadi si preoccupano perché sono consapevoli di non avere mezzi per affrontare l’esodo. Ma O Del li rassicura dicendo che potranno ottenere tutto il necessario dalle donne non rom. “L’unico sforzo che vi chiedo è quello di mandare le vostre mogli a farsi consegnare gioielli, vestiti e cibo”. O Del spiega agli anziani che le donne gitane non troveranno resistenza perché si occuperà lui stesso di stordirle nella mente e renderle malleabili. “Prenderete ciò che vi serve per il vostro pellegrinaggio sulla terra”, detta O Del come suo comandamento.
Quando Asra mi ha raccontato questa leggenda ho subito pensato che il viaggio dei Rom non è ancora terminato e immagino questa storia ogni volta che vedo una ragazza ubriaca che sia a una cena, a una festa o a ballare; o quando incontro certe signore distratte e assenti, decisamente restie a capire. Sono situazioni volute da O Del? Poi, medito in tranquillità e cerco l’apparire in lontananza di gonne lunghe a fiori e foulard colorati.
Ogni tanto, immagino che Asra voglia ancora farmi scivolare gentilmente qualcosa  nella mente, che abbia ancora qualche perla da insegnarmi, utile per questo mio cammino… E la cerco fin dove la vista riesce ad arrivare.

Riccardo Marchina, autore de LA PIAZZA DELLA ZINGARA

La nascita di una passione

Chi firma questo brano è un nuovo componente del gruppo di autori Neos. Il suo libro uscirà nei prossimi mesi ma la sua intenzione di collaborare è concreta fin da ora.

Benvenuto, Riccardo e grazie!

Nicoletta

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Tanti anni fa, nella sala d’attesa d’un dentista, lessi un articolo su una rivista, forse l’Europeo, l’Espresso o Gente, assolutamente non ricordo. Ero bambino, non so neppure per quale ragione mi venne in mente di aprire quel giornale per grandi, che reputavo di certo noioso perché senza fumetti o disegni. Non ricordo nemmeno che cosa mi spinse a iniziare proprio l’avventura della lettura.

Fu il mio primo articolo.

Facevo seconda o terza elementare e leggere era il mio punto debole. Sui giornali, al limite, mi riusciva di guardare le fotografie e la pubblicità. Da scuola, portavo a casa belle pagelle, ma al fondo la maestra scriveva sempre: “legge stentatamente”. Odiavo leggere. Odiavo questa parola “stentatamente”, questo termine astruso che non sapevo neppure cosa volesse dire. Lo odiavo perché era molto chiaro a mia madre, che poi mi costringeva, dopo i compiti, ai tempi supplementari, in compagnia dei primi libri di lettura, che contenevano le fiabe di Tolstoj, sottraendomi a preziosi momenti di gioco.

Comunque sia, iniziai a leggere quegli strani codici, chiamati parole, forse anche perché da quel dentista di zona Mirafiori l’attesa era davvero lunga e io morivo dalla noia.

Il giornalista raccontava della sua gioventù e di come diventò reporter. Stando alle sue parole, fu quasi come un gioco. Assisteva ai fatti nella sua città, ne sceglieva qualcuno, preparava la cronaca, e poi la inviava per lettera alla testata locale. All’epoca non c’era ancora internet e tutto avveniva tramite lettera, affrancatura e buca apposita. Con grande piacere questo giornalista, di cui non lessi neppure il nome al termine del brano, si vedeva le epistole pubblicate sotto forma d’articolo, settimana dopo settimana. Un giorno decise di telefonare al direttore del giornale, giusto per scambiare due parole, per capire se il suo sforzo fosse sempre gradito. Questi non volle prendere la chiamata. Lo fece liquidare con una balla, ma gli mandò anche un assegno come compenso. Lui riprovò a contattare il direttore, almeno per dirgli che non voleva soldi, o se non altro per ringraziarlo. Ma trovò sempre il muro di quel mastino della segretaria.

La cosa andò avanti così per diversi mesi, finché gli venne proposta l’assunzione.

Di quell’articolo ricordo soprattutto la seconda parte dove venivano descritte le avventure in Algeria e Viet Nam, incontri con personaggi famosi e vere e proprie inchieste su scandali o crisi planetarie. Tra le parti più toccanti, mi ritornano come vaghi e remoti rottami celesti piombatimi addosso chissà quando, i dettagli delle sensazioni che provò nel camminare sulle strade di Kampala o di Abidjan, dove lui era l’unico bianco in un fiume di neri diffidenti; o per il centro di Algeri, dove fu costretto a prestare molta attenzione per non calpestare le persone accampate sui marciapiedi. Poi gli odori del caldo, delle spezie e del sudore, il non sapere dove andare a dormire, o come trovare un taxi spericolato per arrivare sui campi di battaglia da civile…

“Questo è ciò che voglio fare da grande!”, pensai una volta terminato il pezzo.

Riccardo Marchina

TRE VOLTE NO di Alessandra Gorga

Quando conobbi Marta, stava giocando con i piedi nudi nell’acqua del torrente vicino casa nostra. Faceva dei grossi cerchi con l’alluce declamando formule a me incomprensibili.
Marta aveva tre anni più di me: un gigante ai miei occhi di bimbetta di otto anni. Frequentava già le medie, mentre io ero solo una mocciosa delle elementari.
Mi sedetti accanto a lei, mi tolsi calze e scarpe e misi i piedi nell’acqua.
Era gelida ma feci finta di nulla per non deluderla.
Poi cominciai anch’io a girare l’alluce e a fare cerchi.
Lei mi guardò a lungo  e poi semplicemente disse:  “Sono Marta”.
Da allora diventammo amiche per la pelle e non perdemmo mai l’abitutudine di trovarci di tanto in tanto al fiume: sedevamo vicine coi piedi nudi nell’acqua, in qualsiasi stagione dell’anno. Era il nosro segreto.
Un giorno, avevamo all’incirca vent’anni, le chiesi di rivelarmi cosa dicesse effettivamente nella litania che pronunciava a voce bassissima durante i nostri incontri al fiume.
“Tre volte no” disse. “Tre volte no per ogni cosa che non mi piace e che non si può fare assolutamente. Il resto è tutto nelle nostre mani. Possiamo fare ciò che vogliamo in ogni momento”.
Dieci anni dopo Marta si ammalò di leucemia.
Andavo a trovarla ogni giorno in quel reparto sterile, dove indossavo mascherina e calzari di plastica azzurri per non portare germi all’interno del reparto.
Una volta mi disse: “Con quei calzari sarà più difficile fare cerchi nell’acqua”.
Mi stava chiedendo di non arrendermi e di continuare a lottare anche per lei.
Le dissi che ce l’avrebbe fatta.
“Tre volte no” rispose e chiuse gli occhi per sempre.
Oggi, mentre faccio i miei cerchi nell’acqua e urlo disperatamentre “tre volte no”,  vorrei tanto averla vicina e non avere paura.

Alessandra Gorga


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