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Anime fuse, di Rossana Repetto

Non tutti gli insegnanti-autori possono vantare una recensione da parte dei propri studenti.

Rossana Repetto, per il suo “Anime fuse”, ha il doppio vanto di recensione e intervista per il giornale della scuola presso la quale ha insegnato: il liceo Gino Segrè di Torino.

TOP SEGRÈT –  Giornale d’istituto del liceo “Gino Segrè” – ottobre-novembre 2009

Cosa spinge due ragazze ad abbandonare un tranquillo posto fisso per aprire un’agenzia matrimoniale? La domanda ha una risposta abbastanza scontata per la vulcanica Giovanna, intraprendente fino quasi all’incoscienza. Più problematica è per Amelia, calma e riflessiva in modo forse un po’ eccessivo ma animata da un sentimento protettivo nei confronti dell’amica che la spinge a seguirla in tutte le strampalate avventure in cui questa va a cacciarsi.
Sono queste le due protagoniste del romanzo di Rossana Repetto il cui titolo Anime Fuse (Neos edizioni) è il nome della neonata agenzia matrimoniale delle due amiche, al momento senza lo straccio di un cliente. Ed è proprio questa mancanza di profitti che dà l’avvio alla serie di avventure di questo breve romanzo che si inserisce bene nel filone del “noir” torinese.
La descrizione della nostra città è certo non banale, anche se rimane sullo sfondo, con tratti abbozzati. Tra bassifondi non ammantati da alcuna aura romantica, si possono fare butti incontri con personaggi dall’apparenza del tutto insospettabile: sono vecchi immigrati del sud e nuovi cittadini arabi e cinesi.
Non mancano nel romanzo i topoi del genere: il questurino fascinoso, l’inseguimento in auto per le vie della città, la sagra paesana dal nome buffo e la trama tipica del giallo con tanto di morto ammazzato e killer della mafia.

I personaggi a cui però più ci si appassiona sono loro, Giovanna e Amelia. Sono le protagoniste, con i loro caratteri antitetici, con le manie e le abitudini della piccola borghesia “normale”, con la loro carica di simpatia e di ingenuità ed il fisico non proprio da veline, a dare corpo e spirito al romanzo.
Alberto Conrotto & Caterina Durando, V D

Intervista con l’autrice

Leggere il romanzo della prof. Repetto è stata anche l’occasione per rivederla (anche se in questi anni è già venuta a trovarci… Non riesce a stare senza noi (Eh, eh, eh!!!) e per farle un’intervista.
Ecco il resoconto del nostro incontro.
Perchè ha ambientato proprio nella città di Torino il suo libro?
Perchè la conosco bene, la amo molto e ho cercato di fare una parodia delle grandi metropoli che si vedono nei telefilm americani, come C.S.I., nominando vie conosciute a tutti i torinesi.
In quale delle due protagoniste si rispecchia maggiormente?
Se devo essere sincera, mi rispecchio molto in entrambe. Così come loro si sono improvvisate investigatrici,
così io mi sono cimentata per la prima volta nello scrivere un libro.
In che occasioni scriveva e quanto tempo ha impiegato per la realizzazione del libro?
Lavoro come Virgilio, che dopo dieci versi smetteva di scrivere e passava intere giornate a correggerli.
Anche il mio è stato un lavoro lungo e pieno di continui perfezionamenti, tanto che anche dopo averlo stampato avrei avuto voglia di apportare ulteriori modifiche. Non avevo un momento preciso della giornata in cui scrivere, quando l’ispirazione arrivava bisognava prenderla al balzo e appuntarsela da qualche parte, anche se si fosse trattato di un tovagliolino di un bar.
Quando le è venuta l’idea di scrivere un libro e chi sono stati i suoi primi lettori?
L’idea è nata durante le vacanze che hanno preceduto la mia pensione. Sono stata proprio colta da un momento di euforia e devo ammettere che non è mancato il divertimento nello scrivere questo libro, anzi è stato proprio appassionante! I miei primi lettori sono stati mio marito e mio figlio: il primo sempre pronto a “fare le pulci” sull’aspetto linguistico, il secondo più critico sui contenuti…
Che tipo di società ha cercato di rappresentare?
Ho semplicemente descritto la realtà, la nostra realtà, quella di una società multietnica, a tratti tragica ma nel contempo comica e divertente, come per esempio la ragazza valdostana che balla la danza del ventre o il ristorante egiziano che fa le piadine.
Perché ha scelto proprio un’agenzia matrimoniale?
Perché le due protagoniste sono ragazze dagli orizzonti molto limitati e quindi ho scelto di legarle a qualcosa di molto tradizionale, di non legato al delitto, anzi opposto ad esso.
Riguardo a lei, che effetto le ha fatto ritornare al Segrè (anche solo per un’ intervista)?
Subito ho provato molta malinconia: ho trascorso qui dentro 27 anni della mia vita, si era creata un’abitudine che è difficile da perdere, tanto che appena sono entrata in aula professori stavo andando al mio cassetto!!!
Come occupa adesso il tempo?
Adesso sto tenendo un corso sul supernaturale e sulla magia. Inoltre collaboro con un’associazione culturale: mi occupo di visite in Torino. E’ una grande opportunità perché mi permette di approfondire le mie conoscenze della città. Infine, gestisco il sito “amici dell’arte e dell’antiquariato”.
Scriverebbe mai un libro ambientato nel mondo della scuola?
Non mi piacerebbe trattare sulla scuola perché l’argomento si farebbe troppo serio. È difficile scrivere sui giovani perché durante gli anni di insegnamento li ho conosciuti soprattutto nella loro dimensione scolastica e naturalmente meno nel loro privato.
Ultima domanda, cosa ne pensa della nuova redazione del giornalino?
Mi piace, è ben strutturato e le idee non mancano. Avendo curato per molti anni la realizzazione del Top Segrèt, capisco e apprezzo il grande impegno di coloro che ad esso si dedicano.

Caterina Durando & Alberto Conrotto, V D

http://www.liceoginosegre.it/Attivita/giornalino/edizioni/0910/1.pdf

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Ascoltando Coltrane, di Patrizia Valpiani

Tre giornate in una città che evoca misteri dell’anima e della vita.
Un giallo ambientato in una Torino che sfugge, per la sua inconsistenza, anche alle descrizioni della stessa autrice.
“Ascoltando Coltrane” è prima di tutto un viaggio di lettori vagabondi che si lasciano incantare dall’intimità di una città per molti aspetti sconosciuta, traditrice, ma allo stesso tempo raffinata e intoccabile.
Così è il protagonista di questo giallo, Pietro, pittore visionario che fa dell’arte un’arma contro la sua fragilità. La storia si snoda infatti intorno alla sorte di una sua tela che dà il nome al titolo del libro. John W. Coltrane, sassofonista statunitense, è stato una figura di rilievo per la rivoluzione della musica jazz e con lui si apre ad una sperimentazione fatta di ritmi lasciati all’improvvisazione e di sonorità ruvide per un orecchio educato alle armonie classiche. Coltrane è riuscito però a coniugare avanguardia musicale e tradizioni popolari dando vita ad uno stile completamente nuovo in cui si fondono perfettamente una carnale sonorità e un lirismo quasi metafisico.
“Ascoltando Coltrane” è infatti prima di tutto una proiezione dell’artista che fa dell’oggetto d’arte il mistero più profondo, ma forse anche più semplice della vita dell’uomo. L’oggetto artistico perde completamente la fisionomia della materia e diventa, come in questo caso, simbolo, parola, mistero.
Pietro, il protagonista, ha infatti la capacità di intuire in modo immediato la realtà che lo circonda, i sentimenti delle persone che sembrano lentamente scomparire nel flusso narrativo del racconto.
Tuttavia egli non è in grado di fermare i pensieri, le allucinazioni e le riflessioni che continuamente agitano la sua vita e danno movimento alla sua arte. Così lo vediamo apparire e sparire tra “le righe” di questi palazzi scuri, spesso afosi e senza spirito in una città in sordina. Oppure lo cogliamo nell’attimo in cui tenta di bloccare la vita nell’atto stesso del suo svolgersi, seduto ad un bar di via Cernaia, col suo solito toast al prosciutto crudo e pomodoro, il suo preferito… con la sua mente finalmente tornata nei giusti binari. Quelli dell’arte? Quelli della realtà? O forse più semplicemente dei binari interrotti, pericolosi, e come sempre accade per un artista, stravolti dall’immaginazione?
Impossibile rispondere senza toccare queste pagine in un corpo a corpo che caratterizza lo stile dell’autrice. Lo sviluppo della vicenda è infatti affidato interamente allo sguardo del lettore che sembra risucchiato interattivamente nella storia: indagini, supposizioni, sogni e allucinazioni investono senza sosta il lettore anche meno attento, costringendolo a trattenere il respiro fino all’epilogo. Fino a quando Pietro si dirige in fretta verso casa, sul marciapiede antico levigato dai passi. Una struttura narrativa che può essere letta o “piluccata” ma è in grado di mantenere intatta l’evocazione del mistero.
E forse anche l’autrice è rimasta ancorata a questa città inconoscibile.
Patrizia Valpiani, medico chirurgo, che svolge la sua professione nei settori dell’Odontoiatria e dell’Ortognatodonzia, è infatti torinese di adozione dal 1980. Da molti anni questa professionista torinese, originaria della Toscana, coltiva la passione per la letteratura e alcuni suoi lavori sono apparsi nella saggistica, nella narrativa e nella poesia.
“Ascoltando Coltrane” è il suo esordio nella giallistica; proprio per questo siamo curiosi di conoscere i prossimi approdi letterari della sua scrittura “equilibrata”, piana, “tranquilla” ma che spesso tradisce uno slancio interamente poetico.

Rosa Revellino


Tratto da “Torino Medica” – novembre 2009

Uccidili tutti! di Clementi

Chi è Seraga, l’autore fantasma che con i suoi romanzi ultraviolenti è diventato in brevissimo tempo un cult tra i giovanissimi? Cosa si prefigge in realtà? E può la semplice lettura di un libro scatenare la pazzia? Sono gli interrogativi che qualcuno comincia a porsi quando, dopo la pubblicazione di “Uccidili tutti!”, l’ultimo sanguinosissimo romanzo di Seraga, iniziano a verificarsi allucinanti episodi di follia omicida. Uno scrittore, inizialmente incaricato della sceneggiatura del primo romanzo della serie, coinvolto a livello personale nella vicenda inizia a indagare. Mentre la figura del misterioso autore assume connotazioni sempre più inquietanti e i frammenti di informazioni in suo possesso si compongono a poco a poco in un mosaico dell’orrore, il protagonista si inoltra sempre più pericolosamente in una dimensione da incubo in cui i normali parametri di logica e razionalità sembrano non avere più alcun valore. Ambientato in una Torino gelida e inquietante, “Uccidili tutti!” è un thriller-horror che gioca sul confine sottile tra follia e non follia, nonché un’attenta analisi sul potere della scrittura e le sue incontrollabili conseguenze sulle menti dei lettori.

A tavola con Rodica, di Luciana Audi

Perché occuparsi di cucina etnica?
Perché proprio la cucina rumena?
Chi è Rodica?
Tre domande che penso vengano spontanee, avvicinandosi a questa pubblicazione.
Io penso che nel nostro paese, al giorno d’oggi, prendere in considerazione una cucina etnica assuma un significato rilevante in quanto ci dà la possibilità di confrontarci in modo costruttivo con realtà culinarie che sono espressione di culture e tradizioni che arricchiscono il nostro bagaglio di conoscenze.
Dietro ogni piatto, si sa, c’è sempre un percorso che comprende svariate tappe, frutto di evoluzione storica attraverso differenti momenti socio-culturali e politici che hanno condizionato lo svilupparsi di tendenze gastronomiche e abitudini alimentari.
Avvicinandosi ai cibi di un popolo si giunge sempre a integrarsi con un altro modo di vivere e si comprendono in profondità motivazioni ed espressioni che altrimenti rimarrebbero nascoste e superficiali.
La cucina rumena ha due peculiarità: è quella della comunità più rappresentativa a Torino ed è composta da piatti, se vogliamo poveri, ma ricchi di natura e semplicità; la cucina rumena pur risentendo delle varie peripezie storiche del suo popolo e quindi degli influssi delle civiltà che l’hanno contaminata, si presenta oggi con tutta una serie di legami alle tradizioni popolari e religiose, portando così il gusto del cibo a rispondere ai bisogni non solo fisici ma anche spirituali. Il tutto, poi, si inquadra in una cornice di montagne e pianure che condizionano anch’esse il risultato culinario, complice il clima.
La mia amica rumena, e di amiche ne ho molte, non si chiama Rodica.
Questo è un nome scelto tra quelli più diffusi, ma non è casuale né per l’etimologia (che da radici inglesi ha significato di “rosa” e da radici slave ha quello di “fertile”), né per ciò che rappresenta nella mia immaginazione: Rodica è un nome dal suono che evoca l’immagine di una donna forte, determinata e laboriosa, una donna che fa in modo di progredire nella sua realizzazione secondo le aspettative del suo contesto sociale e familiare. Rodica impersona per me la donna rumena che con il suo lavoro sostiene il corso del tempo e testimonia le conquiste delle generazioni.
Con Rodica allora mi siedo a tavola e invito tutti voi lettori a fare altrettanto per gustare insieme le specialità di questo libro con l’entusiasmo di chi fa cucina con amore.

POFTA BUNA! BUON APPETITO!

Luciana Audi

Maria sotto il tavolo, Le merende di Maria, di Valeria Tomasi

tomasi

Raramente mi è accaduto di vedere libri come quadri, ricchi di particolari tutti da osservare, in cui ci si può immergere con lo sguardo in colori vividi e avvolgenti per seguire le onde delle parole che raccontano una storia semplice, in cui ogni bambino può riconoscersi.

tomasi 1

I libri di Valeria Tomasi sono proprio così. Nella storia di Maria mi ritrovo, quando, molto tempo fa, sotto il ripiano della macchina da cucire della mamma, giocavo “alla casetta” e ritagliavo con le forbici dalla punta arrotondata una bambola di carta simile a quelle che si trovano all’interno della copertina e ripiegavo con cura le alette dei vestiti per farli stare a posto. Non si tratta però di una bambola qualsiasi: Maria, la protagonista dei due libri, diventa bambola, e indossa gli abiti sui quali si possono riconoscere i particolari descritti all’interno delle pagine.

bambola

Due libri per leggere e giocare insieme, grandi e piccoli, per condividere un momento di gioia a tu per tu senza l’ingombrante presenza del televisore, per ritornare bambini con i propri figli.

Nicoletta

Arcòrd an via Ciabòt

tetiE’ una raccolta di poesie in lingua piemontese, accompagnate dalla traduzione italiana. L’autore è Giovanni Teti, nome d’arte “Siolòt” (Cipollino). Nato a Rivoli, ha vissuto però molti anni della sua giovinezza nella cascina di via Chiabotto a Rosta, paese di origine del padre, anche se, dopo il matrimonio, è tornato a vivere a Rivalta, paese d’origine della madre. In questa raccolta di poesie, l’autore evidenzia l’amore per la terra, le radici contadine, i profumi che salgono dalla campagna, dalle stagioni, dai ricordi perché – scrive Camillo Brero nella “prefassion” –  “ricordare è dare vita nuova a quel passato che portiamo nell’anima…”. Una raccolta di stati d’animo espressi dunque attraverso una lingua, il piemontese, che ha costruito, fin dall’infanzia, la vita di questo “poeta contadino” che pensando a se stesso si definisce “un albero in crescita, capace, con la sua forza espressiva, di lottare contro il vento, contro la tempesta”. Entriamo allora nel mondo di Giovanni Teti e percorriamo con lui i sentieri della vita e della memoria: leggere in piemontese rafforza il legame con la propria terra, ma per chi ha qualche difficoltà, basta rifugiarsi nella provvidenziale versione italiana. Manca la musicalità della lingua piemontese, ma la forza emotiva dei versi rimane.
Bruna Bertolo
Tratto da Il Corriere magazine – 1 luglio 2005

Cara Sofia, ti spedirò le doglie dieci a dieci, di liuckart@libero.it

cara_sofiaUn venerdì sera di un anno che non è dato sapere, un anziano signore regala ad un giovanotto l’imprevisto di una singolare narrazione. Sofia diventa, suo malgrado, la destinataria del carteggio inerente l’intreccio delle vicende nate in quella occasione… Caterina era piccola, ma quando apriva gli occhi e lo fissava, era davvero più grande di lui. In lei scorreva un qualcosa che, per una serie di difficoltà reali, non si poteva comunicare: non si trattava di attrazione, impossibile tra loro seppur lui maschio e lei femmina, non era una questione di parole perché lei non le pronunciava e lui ne rimaneva muto, e non era nemmeno un legame affettivo scaturito dalla vicinanza di geni. Doveva essere un allenamento però, perché lei apriva gli occhi per qualche mezz’ora all’inizio della loro conoscenza e dopo qualche sorriso, nel quale si esercitavano rispettando uno i tempi dell’altra, li richiudeva e faceva la nanna tra le sue braccia, pervadendolo di un calore ed una pace che non avevano eguali. Nemmeno una  madre avrebbe potuto, perché ne era coinvolta. L’avrebbe di fatto partorita abituandosi a sentirla sua e nello scorgerla come altro da sé avrebbe dovuto sottostare alle sofferenze che i più attribuiscono al parto. Eppure ogni madre, in cuor suo, pur negandoselo, sa che alcune afflizioni trattano di un altro dolore: quello della creazione, quello della concreazione, quello del partecipare ad un mistero che coinvolge tutti i sensi e i corpi dell’anima…

Tratto da “Impegno per una vita migliore” aprile-maggio-giugno 2009


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