Archive for the 'Rassegna stampa' Category

Dov’è il cigno? Per passeggiare con i bambini tra le stelle

Sabato 23 ottobre alle ore 11.00 presso la libreria Sherazade – via Madama Cristina, 41 – Torino, verrà presentato il libro di Gabriella Bernardi DOV’E’ IL CIGNO?


Nei giorni scorsi questo libro dedicato ai più piccoli è stato recensito da Piero Bianucci su La Stampa:

http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/il-cielo/articolo/lstp/355312/

ed è possibile trovare una seconda recensione al sito Astronomia.com:

http://www.astronomia.com/2010/10/21/dove-il-cigno-di-gabriella-bernardi/

Durante una vacanza in campagna la piccola Gaia scopre il fascino delle costellazioni. Grazie ai preziosi insegnamenti del nonno la bimba impara a distinguere i diversi astri che compongono il “nostro” cielo, scopre la differenza tra solstizio ed equinozio e tra galassie e pianeti.
Non solo: nonno Mario le spiega l’origine di nomi fantastici e misteriosi quali Sirio, Pegaso, Betelgeuse e Bellatrix e la conduce in un viaggio “con il naso all’insù” che cambierà per sempre il suo modo di guardare le stelle.

LUNA NUOVA – 5 ottobre 2010 – “L’ospedale Collegno” vince il concorso letterario

COLLEGNO – “Ma Collegno non è solo un manicomio?”. La curiosa domanda è alla base de “L’ospedale Collegno”, il divertente racconto di Mario Gramaglia vincitore del concorso letterario “ScriviCollegno”, indetto dall’amministrazione per celebrare i 30 anni di “Collegno Città”. La scorsa settimana, nella sala lettura della biblioteca civica, è stato presentato l’omonimo volume edito dalla rivolese Neos Edizioni. L’antologia raccoglie i dieci migliori racconti pervenuti al concorso, dieci brevi narrazioni sul tema “raccontare Collegno attraverso luoghi, storie, emozioni e ricordi” selezionati da una giuria composta dalla “grande lettrice” Anna Iachi (più di 200 libri divorati in un anno), dalla presidente della Neos Silvia Ramasso, dalla scrittrice Teodora Trevisan e dalla coordinatrice della biblioteca Noemi Turolla. Dietro Gramaglia, Marco Gariglio con “Scheletri alle porte” e “La città immaginaria” di Alessandro Gotti. A seguire, Riccardo Torchio, Bruno Salis, Chiara Bertora, Silvia Rosina, Tommaso De Martino, Valeria Amerano e Ivana Scarzella. E, in conclusione, un contributo dell’assessore alla qualità della vita di Collegno Paolo Macagno. Insomma: un libro che, con le sue storie emozionanti, a volte nostalgiche a volte ironiche, racconta la storia di Collegno, mischiando grandi avvenimenti a piccole vicende quotidiane, fantasia e memoria, riflessioni e speranze. Un’esperienza positiva che ha dato i suoi frutti. Ha già preso il via, infatti, il concorso “ScriviCollegno 2011”. Tema: la poesia civile. Ispirata cioè ad argomenti che non riguardano il singolo, ma l’intera comunità, tra celebrazioni, denunce e riflessioni tu temi collettivi. Il bando è disponibile sul sito del Comune: http://www.comune.collegno.to.it

SOFFICI E RANDAGI – Leggere tutti – luglio/agosto 2010

Un tifoso ultrà di una leggendaria squadra di calcio torinese – Valentino detto il «Quercia», o il «Lupo», nomignoli che non hanno bisogno di commenti –, cranio rasato e nerboruto come da copione, provvisto di un’impressionante forza fisica, un (in)discutibile ascendente sui propri accoliti e sodali, nonché dotato di un’irriducibile vocazione di picchiatore tout court, dentro e fuori dagli stadi. Un classico «figlio di papà», metodicamente sfaccendato – detto «Lisca» a causa della magrezza impressionante –, la cui unica preoccupazione consiste nell’assidua e sistematica sperimentazione di qualsiasi tipo di droga reperibile sul mercato.
Un supponente e annoiato professore di scuola media superiore – Cesare, figura talmente sbiadita da non meritare neppure un soprannome –, assiduo puttaniere, assurge inopinatamente ai fasti televisivi, e alle relative, laute remunerazioni, dopo avere scritto un libro, squisitamente fascistoide, sui rapporti tra l’impresa e il lavoratore dipendente. Last but not least, un’ineffabile fanciulla – Alice –, sessualmente «facilotta» (l’eufemismo è suo), alle prese con un enigma apparentemente irresolubile: quale dei tre sunnominati «signori» è il padre della creatura che porta in grembo? Le imprese dalle quali Gianluca Bellassai esce trionfatore sono principalmente due: 1) intessere intorno ai quattro citati personaggi una trama credibile e coinvolgente; 2) fare in modo che il lettore finisca per trovarli irresistibilmente simpatici e divertenti malgrado la loro manifesta, irredimibile mediocrità. Artefice di tale successo è, in primo luogo, la straordinaria fluidità e «leggerezza» (in senso squisitamente calviniano) della prosa di Gianluca Bellassai, che dipana la complessa trama del suo romanzo sotto gli occhi del lettore con l’identica maestria e disinvoltura del prestigiatore che cattura, con magnetico carisma, l’attenzione di una platea di spettatori. Questa «magica» leggerezza finisce per ammantare i personaggi stessi, che assumono, sin dalle prime battute del romanzo, una veridicità e una consistenza, come si usa dire, «a tutto tondo», mai veramente «cattivi» o assolutamente «depravati», né mediocri sino in fondo. Averli saputi rendere davvero «umani» è impresa niente affatto trascurabile, specie da parte di uno scrittore che possiamo considerare un esordiente. Né è trascurabile il fatto ch’egli abbia saputo rendere avvincente come un vero e proprio «giallo» una trama incentrata su un enigma – la paternità – tutt’altro che «fatale». Gianluca Bellassai, con maestria davvero inusitata, trae il cosiddetto «quotidiano» fuor dalle secche del minimalismo, ignora, cioè, quella miriade di dimesse annotazioni, che, secondo alcuni, sole possono rendere verosimile una storia, una vicenda che potrebbe avere come protagoniste le classiche persone «della porta accanto». Il suo «quotidiano» non è mai scontato né banale, ma appare, viceversa, sempre fresco e fragrante, imprevedibile nei suoi sviluppi. Forse perché tale, ma tutt’altro che ingenuo e sprovveduto, è lo sguardo che Gianluca Bellassai, giovane dotato di un’autentica vocazione di narratore, volge sul mondo che lo circonda, insegnandoci a considerarlo, a nostra volta, con rinnovati occhi.
Enrico Badellino

Gianluca Bellassai
Soffici e randagi
Neos Edizioni, Rivoli, 2010
pp. 146, euro 15,00

Il superamento delle differenze nella cultura rom de La piazza della zingara di Marchina

Sul sito Nuova Società è stata pubblicata, a firma di Mara Martellotta, la bella recensione del libro di Riccardo Marchina “La piazza della zingara”.

http://www.nuovasocieta.it/cultura/6817-il-superamento-delle-differenze-nella-cultura-rom-de-la-piazza-della-zingara-di-marchina.html

LA PIAZZA DELLA ZINGARA – Centotorri – n. 6 – maggio 2010

“LA PIAZZA DELLA ZINGARA”, L’ULTIMO LIBRO DI MARCHINA
Riccardo Marchina, giornalista pubblicista, collabora con molte testate locali del Chierese. Residente a Pino Torinese, sposato e con un figlio, da tempo scrive romanzi e racconti raccogliendo lusinghieri consensi e importanti riconoscimenti tra i quali spicca, nel 2008, il secondo posto assoluto al premio della Presidenza della Repubblica “Amico rom”, della città di Lanciano (Chieti), con l’opera “La zingara e l’alchimista (Neos Edizioni). Nello stesso anno è risultato anche vincitore assoluto del premio “Superga” indetto dal comune di Torino. E’ anche l’autore di numerose inchieste sui figli degli stranieri nell’area metropolitana torinese.
La sua ultima opera, da pochi giorni in libreria con l’autorevole prefazione di Sergio Chiamparino, si intitola “La piazza della zingara” dove “[…] ancora una volta lo scrittore pinese scava e indaga nella cultura rom con una storia d’amore ambientata a Barcellona. Una madre che vaga per l’Europa vegliando sui figli; il confronto tra culture differenti, tra Oriente ed Occidente. C’è anche la ricerca di una possibile integrazione in un mondo dove le differenze potrebbero ritornare ad essere una ricchezza inestimabile. Sullo sfondo una Torino multietnica, evanescente e intangibile, le radici piemontesi lontane evocate da antichi detti popolari e un inedito richiamo alle zone meno turistiche della città […]”.
(V.M.) CENTOTORRI – n. 6 – maggio 2010

Intorno al fiume – da La Stampa del 27 aprile 2010

Martedì scorso un’intera pagina de La Stampa è stata dedicata al libro “Intorno al fiume – venti itinerari tra le confluenze del Po” di Stefano Camanni e Ippolito Ostellino.

Buona lettura e… buone passeggiate!

Marisa Porello racconta la storia della “Sbadante”

Una storia comune, quotidiana, condivisa ormai da almeno un paio di generazioni, quella raccontata ne “La sbadante” di Marisa Porello, primo romanzo della scrittrice di Castagnito pubblicato da Neos edizioni di Rivoli nella collana “Scrivere donna” (pagine 191, 13 euro, prefazione di Margherita Oggero); la difficoltà di essere vecchi e quella di vivere con loro, e la girandola di situazioni e problemi che ruotano intorno a questo aspetto trascurato dell’esistenza individuale e collettiva.
Lorenza è una giovane donna che dalle colline del Monferrato si trasferisce a Torino per realizzare i suoi sogni: laurearsi in Storia del cinema e diventare sceneggiatrice, sposarsi con Danilo, con il quale da tempo convive, e viaggiare. A Torino vive la zia Malvina, sorella del padre, sposata con Gerardo e senza figli. Quando il marito muore all’improvviso, Malvina sceglie l’amorevole nipote come punto di riferimento, e Lorenza accetta inconsapevolmente questa elezione. Ma l’invecchiamento della zia, lento e prolungato, riserva tante sorprese che colgono Lorenza spesso impreparata. C’è prima di tutto il fidanzato, che non accetta l’impegno crescente, poi gli studi trascurati, l’avvicendarsi delle badanti provenienti da ogni angolo del mondo (delle quali Marisa Porello scandaglia i tratti con occhio lucido e disincantato), i soldi, la solitudine della zia che muta l’attaccamento di Lorenza in una forma di schiavitù indotta, di tenera compassione dietro alla quale fa molte volte capolino la rabbia. Un avvincente affresco di personaggi ed emozioni costruito intorno a un tema attuale e diffuso, tratteggiato con sapiente e dosata ironia e senza alcuna concessione al facile buonismo. L’acutezza psicologica messa in campo dall’autrice scandaglia gli animi e li mette a nudo senza trasformarsi in elemento stilisticamente invadente: i suoi tocchi semplici e leggeri lasciano spazio alla voce del quotidiano e degli episodi di cui è tessuto, alle memorie e ai racconti, che con il ritmo del loro avvicendarsi avvincono la “banalità” solo apparente della storia. Passato e presente, soprattutto nella prima parte del libro, sono mescolati con la sapienza dello scrittore esperto. Altrettanto si può dire dell’impianto generale dell’opera, che ha la vivacità e l’asciuttezza proprie di una sceneggiatura: dialoghi serrati e incisivi, riflessioni descrittive che bene si armonizzano nell’impianto del racconto, tanto da poterne preconizzare una riduzione teatrale.
Marisa, lei nasce poeta. Quando e perché è passata al racconto e al romanzo?
“Ho cominciato a scrivere poesie da giovane come tanti adolescenti. Può capitare che qualcuno continui a scrivere anche quando diventa grande. Io faccio parte di questa schiera. Ma ai racconti e ai romanzi sono approdata solo dopo i 35 anni. Per scrivere un romanzo ci vuole grande tenuta e capacità di visione complessiva, in una parola maturità. Per me, scrivere è come correre: ci sono i cento metri, che è la poesia; poi gli  800 o i 5.000, i racconti; infine le grandi distanze, dai 20 chilometri in su, fino alla maratona. Ecco, per scrivere un romanzo ci vuole fiato. E io il fiato me lo sono fatta correndo, cioè scrivendo”.
Qual è il valore del prefisso che troviamo nel titolo?
“E’ una “s” privativa con forte accezione ironica. Il termine “badante” per indicare chi, per lo più straniero e donna, svolge un lavoro di assistenza, è stato usato per la prima volta una quindicina di anni fa. All’inizio eravamo tutti inorriditi dalla parola, poi a poco a poco ci siamo abituati e ora la troviamo addirittura nelle leggi e nei decreti della Repubblica. La “s” che gli ho messo davanti ha una doppia ragione d’essere: da un lato sottolinea la sbadataggine e il senso di alienazione della protagonista, Lorenza, dall’altro irride un termine che non dovrebbe essere utilizzato in un contesto di cura di persone, visto che è nato per designare un ‘sorvegliante di animali’”.
Quanto la componente “civile” della sua poesia è entrata nel romanzo?
“Una parte della mia produzione poetica degli ultimi anni è “politica” nel senso che parla di realtà che riguardano la “polis” e non solo la sfera emozionale. La sbadante credo possa aprire un dibattito politico sulla solitudine di chi si prende cura di una persona anziana, di chi lascia la propria famiglia a migliaia di chilometri per venire a fare un lavoro che agli italiani non è gradito, e di chi è vecchio e non autosufficiente. Ma è soprattutto il percorso spirituale di una giovane donna che scopre lati di sé che altrimenti non avrebbe potuto indagare”.
Dato il tema del libro e il modo in cui lo affronta, senza reticenze, si considera una scrittrice scomoda?
“Nella scrittura, come nella vita, cerco soprattutto la semplicità. La mia aspirazione è scrivere libri che si leggano come si beve un bicchiere d’acqua, con la stessa naturalezza.
Desidero che le cose che scrivo accendano una corrispondenza in chi legge perché credo che lo scrittore sia la persona che ha il dono di esprimere in parole ciò che tutti proviamo: dolore, gioia, amore odio, ironia, distacco, passione. Voglio che i lettori trovino un po’ della loro vita dentro le mie poesie e i miei racconti”.
Marisa Porello è nata a Castagnito, dove è vissuta fino al 1986 nella piccola azienda agricola condotta dal padre: da allora vive a Torino. L’esordio letterario risale al 2007 con la raccolta di poesie “La casa della poeta”, pubblicata da Neos edizioni, documento della passione più profonda, quella della scrittura in versi. Nella cui anima si agitano fin da subito le tradizioni contadine e la cultura materiale respirata per quasi trent’anni: con i ritmi, le manie, le  curiosità, i riti, gli oggetti e, perché no, le sue elementari e semplici saggezze.

Francesco Lodola

Gazzetta d’Alba – 22-12-2009

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“Promozione Salute – Notiziario CIPES Piemonte” (Confederazione italiana per la Promozione della Salute e l’Educazione Sanitaria) – novembre-dicembre 2009


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