La casa della poeta

 

 

La casa della poeta è orientata verso il sole

con grandi finestre che bevono l’aria più pura.

Dal pavimento crescono alberi nobili

e le pareti sono intarsiate di erbe spinose.

Piccoli animali rosicchiano negli angoli,

amici che l’aiutano ad interpretare

le linee d’osso dei diagrammi pitagorici.

 

Il poeta è povero, si sa,

e la poeta è ancora più povera

perché non vende i suoi versi, bensì li regala

e in cambio non chiede che dormire tranquilla.

Ma ci sono notti in cui dorme poco e dorme male

e le domande, greggi di pecore vaporose,

belano sui precipizi della sua intelligenza.

 

La camera da letto è un antro sibillino

dove sogna vaticini dipinti su foglie taglienti.

Allora le bestiole negli angoli

rosicchiano ancora più forte

e i tarli nel legno cercano

con tutta la loro entomica forza

di demolire soffitti e fasciami.

Perché il letto della poeta è una zattera instabile

e se apri il cuscino

non escono piume né fiocchi

ma i mormorii e i sussurri che lei bisbiglia la notte.

Se squarci il materasso poi 

non trovi che vecchie poesie d’amore 

dedicate ad amanti di cui a stento ricorda

i modi che usavano per farle piacere.

 

Il sonno della poeta genera sogni

da scrivere su quaderni sottili.

Frenetica, lei consulta

i prodotti metaforici della fase profonda

quando lo scandaglio viene gettato nella fossa

e oscilla e trema e sente

storie che dovrebbero restare nascoste.

Il riposo dell’immaginazione

crea distese di retorica infetta,

porta detriti con maree incostanti,

schiuma di parole rimosse,

e tra tanti relitti

qualche oggetto che riluce

di oro puro e incontaminato.

 

Il risveglio è assai duro

perché le articolazioni gemono

e i dialoghi dei personaggi nei sogni

hanno lasciato le papille infiammate.

Viene l’ora di abbattersi in bagno, barcollando,

con l’occhio chiuso e l’orecchio tappato.

Sugli specchi di luce mattutina

la poeta alita i suoi vapori d’argento.

 

Certi giorni creare è una delizia

e le metafore vengono fuori facili facili

come la gallina fa l’uovo.

Ma in quei giorni di bassa pressione,

cielo grigio ma non nuvoloso,

sole sì ma molto appannato,

allora la prima creazione del mattino

procede con copertoni chiodati.

Per questo il suo bagno ha molti ripiani

dove appoggiare tazze e candele,

libri, antiemetici, taccuini e matite.

 

Bene o male ad una certa ora

la colazione viene servita

da una gatta col gilet ricamato.

Poco caffè per non rischiare lo stomaco,

marmellata di cactus biologico

qualche consiglio di casalinga gestione.

 

(A volte succede

che la poeta abbia un lavoro

   serio fisso regolare:

un impiego al Catasto, alle Poste,

negli Uffici del Registro o dell’IVA.

Allora si smorza e veste anonima

toglie i piercing

nasconde i tatuaggi

copre scarificazioni e cicatrici,

infila gli occhiali per vedere oltre

le nebbie rosate dell’ispirazione.

Diventa un’impiegata modello

precisa, scrupolosa, solerte

quasi mai spazientita e imprecante fra i denti

maledizioni e colorite invettive.

Torna a casa stanca, esaurita, disfatta, 

ma sazia di facce ed eventi.

I bambini l’aspettano ansiosi

per notizie, una storia, un racconto,  

le vicende intricate della vita di fuori).

 

Il mattino ha l’oro in bocca

per cui ad una cert’ora la poeta deve darsi da fare.

Compone tre versi, si alza,

strappa qualche filo d’erba,

accarezza le bestiole, pulisce le cucce,

annaffia le siepi spinose.

Torna alle sue carte, scrive un rigo,

rilegge i primi tre e butta la testa sul tavolo.

No, si dispera, non sarò mai quella grande poeta

che toglierà il respiro ai vivi e lo restituirà ai morti!

Si morde i pugni, protesta, si affanna

e poi cerca di consolarsi

con musica lounge sullo sfondo.

Conta le sillabe. Cinque, sette, nove.

Otto, quattro, dodici. Vuole un ritmo perfetto.

Va in escandescenze, in ginocchio comincia a gridare:

Endecasillabi, endecasillabi, venite a me,

venite a me, vi prego, dalle profondità del mondo.

A suo modo lei è una persona molto spirituale:

si mette in ascolto del suono

che fanno i pianeti vorticando intorno al Sole,

sente i rumori del Big Bang, la grande sinfonia

degli astri che si allontanano dal loro Creatore

(tutti cercano di separarsi dalla madre che li ha generati),

i messaggi che dai confini dell’universo

esseri svolazzanti fra le galassie mandano

ogni giorno in giro per la creazione.

Sente le voci, ma non sempre riesce a tradurle

nella lingua corrente che conta le sillabe

e perciò ogni tanto cade in una gran mortificazione.

Chiude l’audio e per un paio d’ore

si concentra su cose più terrene

come gambe, braccia, denti,

i bassi intrighi di politici scaltri,

vedove che hanno perso l’amante,

la disperazione dei delinquenti bambini.

Ciò che fa gemmare la poesia

è l’ immacolata e pura emozione

di qualcosa di nuovo che viene

e che presto ripartirà: la poeta

anche se ancora non ha la sabbia nel pugno

già sente che le sta scivolando via…

nel grande mare dell’inconoscibile.

 

Ma non c’è da preoccuparsi per tutto questo:

viene sempre l’ora di pranzo.

La poeta non è persona da fare la spesa:

acquista qua e là ciò che potrebbe servirle.

Nella sua cucina si prepara cibo austero

fagioli, lenticchie e pane nero

non trovi aragoste né caviale o fagiani,

bensì riso integrale, miglio e grano.

Ma sulla mensa della sua fantasia

lei presenta gli sfarzi dei pranzi regali.

 

Quando arriva il pomeriggio

la poeta si rinchiude nella sua tana,

una stanza con le pareti bianche

e un totem nel mezzo.

Questa è l’ora peggiore,

l’attesa di qualcosa che deve avvenire.

La musica, i giornali, i libri,

gli esercizi di calligrafia giapponese,

haiku, yoga, tao, qualche poeta beat,

Emily Dickinson e Patti Smith,

H.D., Merini, Rosselli, Rossetti,

la pioggia d’acciaio che le cade addosso.

Perché il pomeriggio è l’ora

dei cattivi sogni fatti con l’occhio aperto,

l’ora di malinconie e riflussi,

il tempo che aspetta

che finalmente la notte

spazzi via i rimasugli della vita

sparsi sul tavolo come briciole di pane.

 

Scende infine la bellissima sera,

la dolce sera dei poeti romantici!

Forse perché della fatal quiete tu se’ l’imago…

Le stanze della poeta si riempiono

del profumo della luna:

può aprire le finestre e le tende

e guardare il suo giardino miracoloso,

pieno di uccelli che fanno festa.

Apre la finestra

e tutti i fogli del pomeriggio,

i fogli scritti con grafia grande o minuta,

scarabocchi, linee rette e spirali,

tutta la luminosa creazione

del pomeriggio fluorescente

viene rapita in cielo da un vortice divino.

 

Adesso può uscire in giardino per una passeggiata.

 

Ma deve ancora arrivare l’ora turpe delle crudeltà

l’ora delle stragi e del quotidiano fascismo

perché la poeta non vive fuori dal mondo,

anche lei, come tutti, calpesta il ruvido suolo

di questa terra troppo benevola con i suoi figli.

Se fosse giusta

li avrebbe inghiottiti già tutti.

 

La cena viene consumata mestamente

con un groppo in gola e gli avanzi del giorno.

Ma può darsi che in un’impennata di vita

la poeta, con gli ultimi soldi rimasti,

scelga un ristorante in voga,

un menu francese o pseudo-indiano.

 

Qualche amica le tende la mano.

 

Nel cielo, mare di scuro metallo,

la notte s’avvicina

con gran colpi di remo:

i disegni delle costellazioni

con insistenza le ricordano

che non è qui per vivere sola.

 

 

1 Response to “La casa della poeta di Marisa Porello”


  1. 1 Loredana 2 giugno 2010 alle 12:46

    Bella Bellissima bravo, mi e’ piaciuta molto, lo so sono una fans incontrollabile


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