Uscì poco dopo. Scese le scale, raggiunse la via silenziosa e camminando velocemente si infilò nel vicolo acciottolato che tagliava il paese in due e ne costituiva la vena pulsante. Viste le dimensioni chiamarlo arteria sarebbe stato eccessivo.

Superò il minuscolo caffè, dove scorse all’interno alcuni avventori intenti a giocare a tavli. Più avanti, sulla destra, riconobbe l’agenzia di viaggi. D’estate rimaneva aperta fino alle dieci di sera. Ora non vide nessuno al bancone, anche se la luce del piccolo locale era accesa.

Il viottolo saliva, con il suo fondo di ciottoli irregolari e sconnessi, fino alla sommità della collinetta. Di qui improvvisamente appariva la parte di paese che si stendeva al di là del porto, verso la parte ovest dell’isola.

Si fermò un attimo ad ammirarne la vista cercando di indovinare, dal bianco delle case che contrastava la notte, i contorni frastagliati del paese che si insinuavano tra il mare e la collina pietrosa.

Raggiunse la piccola insenatura dove erano ormeggiate alcune barche da pesca.

Poco sopra, tra il gruppo di case affacciato sulla minuscola baia, scorse l’insegna. Un ovale in legno agganciato allo stipite da due catenelle che, al vento, lo facevano ondeggiare. Vi era dipinto un veliero e la scritta «Capetan Nicolas».

Salì velocemente la scala in pietra. La grande terrazza, che ricordava occupata dai tavoli dipinti di azzurro e dalle sedie impagliate, era ora vuota. Rimanevano qualche panca addossata al muro e le latte che avevano contenuto olio o formaggio, ora utilizzate come vasi per i gerani.

Quando entrò nel locale fu subito avvolto da un buon odore di pesce fritto, poi dalle chiacchiere  animate provenienti da una tavolata di circa dieci persone e dallo sfrigolio dell’olio che, in due grandi tegami oltre il bancone, stava dorando patate tagliate a pezzi grossi e anelli di calamaro in pastella.

Per un attimo il film si interruppe e fu silenzio. I volti interrogativi dei dieci uomini tutti girati verso di lui, la frittura come sospesa e più mesta.

Un attimo. Poi Nicolas, il taverniere, sfilò, da sotto l’espressione truce, un sorriso amichevole e con un ampio gesto della mano indicò un tavolino a lato dei dieci uomini e disse «Oriste!».

Federico si sedette indirizzando un timido buonasera a tutti gli astanti. Così capirono subito che era italiano e la scena si rianimò.

 

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2 Responses to “Il viaggiatore di gennaio di Teodora Trevisan”


  1. 1 Daniela 7 maggio 2009 alle 11:15

    Complimenti Teddy per il libro, è stato bello scoprire di avere un’amica
    scrittrice.
    L’ho letto volentieri perchè scorrevole e scritto con cura; piacevole la storia,
    e piacevole il ritrovare angoli conosciuti della mia Torino.

    Ci ho letto l’amore per la città, per i suoi simboli e per i Torinesi.

    Sì i Torinesi forse un pò vecchia maniera,
    Quelli che in ufficio abbiamo sempre apprezzato per il loro garbato senso
    dell’umorismo e dell’auto ironia,forse quelli… un pò “Noi”
    contrapposti ai Torinesi in carriera con loro vita frenetica e la loro
    incapacità a dar spazio all’osservazione.
    Ho conosciuto due donne diverse, ma amiche e
    complici.
    Ci ho trovato il leggero e ci ho tovato il pesante.

    Ho assaporato profumi di isole sperdute, di angoli deserti e silenziosi;
    Ho sentito il frangersi delle onde sugli scogli e il rumore dei clacson in città.
    Ho incontrato persone alla ricerca dell’essenziale, ed altre coinvolte
    dalla frenesia di una vita che li assorbe.
    Ho sentito il rumore e ho sentito il silenzio.

    Ho apprezzato il tuo saper descrivere bene i personaggi, sia qelli principali
    che quelli marginali.Nessuno è passato inosservato.

    Che dire ancora… Che Aspetto il prossimo!
    un abbraccio
    Daniela

  2. 2 teodora trevisan 11 giugno 2010 alle 11:16

    Cara Daniela,
    leggo soltanto ora il tuo commento e ti ringrazio di cuore per le tue parole.
    Un abbraccio
    Teddy


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