Una gitana attende il transito della giornata, seduta su un gradino di pietra bianca fuori da un supermercato di serie B delle vie del centro di un paesino della Costa Azzurra. Più che appoggiata, per via di un portamento nobile, sembra sistemata come si fa con certe bambole in salotto. La sua pelle è scura, come possono averla solo quei nomadi che vivono a fianco del Guadalquivir. Il suo viso è tondo quasi come se fosse appena scappata da un quadro di Fernando Botero. L’odore è quello intenso di strada, un’esalazione di quelle che non danno noia, già oltre il miasma. Passandole accanto si fiutano le ingiurie della vita. Sulle spalle porta i chilometri di un’esistenza trascorsa a girovagare per l’Europa anche lei, come del resto fa tutta l’umanità, alla ricerca del suo oriente magico, dell’esercito di terracotta personale, del suo Tibet o eden di preferenza. Non anela l’elemosina. Guarda semplicemente la gente passare, annoiata dal sole caldo di un mezzogiorno francese d’estate. La palla di fuoco pare non volersi spostare, sembra tardare il suo già lento tramontare verso casa, verso l’Atlantico.
“Ciao nonno. Dove ha scontato la vita?”, chiede di sorpresa. Porta una maglietta di cotone viola e a manica lunga. Sotto ha la una gonna scura che arriva fino alle caviglie, si potrebbe dire d’ordinanza tra i manousche. Molto probabilmente è a mezzo servizio. Sfoggia una sorta di folclore a metà, part time, a seconda dell’angolatura con cui la si vuole guardare. Immagino un gioco di ribaltamento dei ruoli per chissà quale truffa. Le do del lei, ma giusto per mantenere le distanze, per non concedere troppa confidenza. “Prego?… nonno cosa?”, azzardo, pentendomene immediatamente. Mi sarebbe bastato tirare dritto, passare avanti, e quella zingara non sarebbe neppure apparsa nei titoli di coda della mia giornata.
Le sue rughe  sono nascoste dal viso estremamente tondo. “Sarai tu mia nonna”, vorrei ringhiarle malamente, ma taccio. E’ una gitana. Proprio come certe sigarette senza filtro dal pacchetto blu intenso e dagli aloni di fumo chiari che nascondono solo in parte una donna abbozzata, quasi in ombra, che balla il flamenco e agita un ventaglio. E’ una gitana.
“Come fai a non ricordarmi, vecchio? E’ così che ti chiamavo, è così che si rivolgeva a te tutto il villaggio. Tu eri il viejo… e tutti ti portavano un gran rispetto… Certo non eri il capo, non eri una guida politica, ma tutti ti consultavano e tu li guarivi, li guardavi lo stesso… lo facevi con tutti tranne noi, la tua famiglia… Non ce la facevi… ci amavi troppo e questo sentimento ti rendeva cieco e impotente verso noi”.
Nei sui occhi si scorge l’Andalucia, il fresco di una sera a Granada, la furbizia dei borsaioli di Siviglia…
Le macchie delle zanzare assassinate sui muri dell’hotel Puerta de Triana mi distolgono dalla Alambra o dalla Giralda. I ricordi si accavallano. Diverse chitarre classiche, grattate alla meno peggio da mani che non ne vogliono sapere di lavorare, richiamano osterie lontane. E’ un flamenco alla carlona, disarmonico, accompagnato da un vinaccio rosato e aspro, tipico di certi mosti serviti in caraffa per poche pesetas, per un pugno di duros. Non ha importanza, del resto la noia mette sete e tutto è buono per spegnere l’incendio della gola secca. Dai muri crepati, come lunghe trecce, cascano prosciutti crudi e salami, corteggiati da mosche tiratardi. Finte ballerine di flamenco abbozzano passi di sevillana, come fanno i bambini sul foglio di carta quando imparano a disegnare. Sono scomposte e incerte. Vestono male, peggio della zingara che mi interroga. Il vino truffaldino cade in gran segreto dal bottiglione scadente alla caraffa dietro al bancone. Il suo profumo conquista l’ambiente. Il rumore degli schiamazzi di avventori inaffidabili, inattendibili e scostanti fa lo stesso. Uno strano cerchio di dolore contorna le teste.
“Una sorta di medico?”, chiedo poi. La gitana mi guarda. Nelle orbite dei suoi occhi, strade di periferia, menestrelli tristi e peccati minori da offrire a Santa Sara, da espiare durante qualche festa popolare portando la barella della beata sulle spalle. Il suo corpo è deformato dal calore che sale dall’asfalto francese di luglio. Il ventre è ingigantito da una alimentazione approssimativa, come tutta la sua biografia mai scritta.
“Quello di dottore, medico, scienziato era allora un concetto superato. Ma in linea di massima, per i tempi scuri che viviamo oggi, costellati di ignoranza, arretratezza e limiti mentali e nervosi di ogni genere, è una definizione che può essere, con un po’ di fatica, accettata. Più che medico, consentimi di definirti guaritore”.
Alle pareti delle taverne nel mio pensiero che continua a correre selvaggio, azulejos come ci sono nella vicina Lusitania. La zigana suda in fronte. Dietro lei muri bianchi forse appena affrescati, come presentano i villaggi della Francia marittima.
La mia testa rimane in Andalucia, Extremadura e Portogallo. Già, l’Extremadura, con la sua cucina tipica, come quella volta in centro a Madrid che in uno dei suoi ristoranti caratteristici, mi sono spaccato un dente con il pane casereccio. Mi sono ammazzato lo stomaco con olive piccanti e rioja, tanto che, quando è arrivato il primo piatto, mi sarei volentieri già congedato. Oppure quella volta che da Cadice avrei sconfinato volentieri nell’Algarve, ma mi sono semplicemente fermato al monumento della Costituzione del 1812, pensando per il cielo plumbeo di essere a Londra e ho cercato un pub, desideroso di scassarmi una scura al doppio malto.
“Siamo nell’era del trionfo della tecnologia, del benessere, altro che tempi scuri – controbatto. – E poi non posso essere tuo nonno, è una questione anagrafica, fattene una ragione, non è colpa mia e nemmeno tua”.
Un giorno, forse un anno fa, chissà due, sono stato seduto in un locale sevillano a Saintes Maries de la Mer alle foci del Rodano. Lì sì che sapevano strimpellare bene il flamenco e poi c’era anche la plaza de toros, dove si fanno le corride per i turisti, o meglio i rodei, visto che poi il toro non se lo ammazzano. Che cosa buffa. In fondo la corrida, quella vera, è carica di tensione. Non è mica circo, è lo spettacolo macabro della vita. C’è odore di bestia e di sangue, c’è tensione, c’è rischio e c’è dramma. Inutile l’eleganza del matador. E’ vana proprio come quella di certe signore che non si accontentano e sfidano l’esistenza in avventure improbabili. I loro scialli, come cappe, trasudano dolore. Carne da macello, carne da cannoni da condire poi con il sale e con il cumino.
“Ma perché, proprio medico, o guaritore che dir si voglia… proprio io che dal medico non voglio mai andarci e se proprio devo, ne scelgo uno scarso, in modo da non precludermi un eventuale giudizio d’appello?”, domando ancora.
E’ una gitana, ma non di quelle che vivono e si spostano in roulotte. Questa deve avere tuttora la carrozza tirata dai cavalli, come si vedono soltanto più in Iberia. Fascino di una vita all’aria aperta. Era forse il 1986 quando ho spiato la mia prima carovana nomade. Non ricordo più ma ero forse tra Valencia e Alicante. Come loro, ho saputo solo dei nomadi nel deserto… ma leggendo di storie tra la sabbia e le dune, senza mai incontrarli. Quelli dentro le mura si sentono soffocare, come me negli ascensori. Loro, addirittura, non riescono nemmeno chiudersi in una capanna per dormire. Devono starsene all’aperto ai quattro venti. E’ come se nel caso in cui non lo facessero, qualcuno si preoccupasse e loro per dispiacere andassero in ansia. E’ la stessa sensazione che ho provato al mio primo viaggio intercontinentale, sospeso in aria per più di otto ore, per raggiungere le americhe. Mi chiedevo se Dio sapesse dove mi trovassi, se si domandasse in quale spicchio di mondo fossi finito. O magari cercasse di prendere informazioni su di me da qualcuno. La Francia è sempre più lontana, anche se ci sto dentro.
“E già, tu la Francia non l’hai mai sofferta. Ancora oggi qualsiasi cosa ti faccia notare un francese ti senti fuori posto, un bandito, un cane bastonato, un disadattato, un mentecatto”, mi dice la gitana.
La prima volta che da bambino sono stato a Parigi, ho vissuto il viaggio con terrore totale… paura della città, dei suoi poveri, della sua aria, troppo colma di note tristi di fisarmoniche, simbolo di una parte della cittadinanza, quella clochard. Eppure nel contempo mi affascinava. Pregavo in silenzio che mia madre mi portasse in noiosi musei pur di non stare in giro. E’ lì forse che ho imparato a osservare i dettagli nei quadri. Un modo come un altro per pensare a qualcosa di diverso, per allontanarmi da questa fobia e spezzare e spazzare via l’ingiustificata tensione. Con gli anni, la Francia si è trasformata in musica, vino, ostriche, Provenza, mare, nella fuga dalla battaglia dell’Ebro, e in letteratura, come per incanto solo nel dottor Galvan. Pensieri di libertà, piacevoli riflessioni d’indipendenza mi spingono ancora in Ungheria, dove ho visto bambini rom fumare tabacco da una pipa e correre scalzi sul lungo Danubio, in pieno inverno.
“Non importa di tutto quello che non hai capito… non dovevi… non era il momento. Del resto lo scopo del nostro incontro non era questo. E’ stata solo debolezza, è la nostalgia, la voglia di rivedersi che ha prevalso”, chiude lei.
Mia moglie esce dal supermercato; la aiuto a trasportare le borse della spesa… e con la coda dell’occhio vedo una zingara che raggiunge un gruppetto di donne alte, nomadi e scure come può solo esserlo un certo tabacco avvolto in fogli di carta di riso quasi trasparente. Sono gitane.

Menton, 15 luglio 2007

Riccardo Marchina

Zingara con sigaretta di Edouard Manet (1862) http://www.soho-art.com

5 Responses to “GITANE di Riccardo Marchina”


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