“Il viaggio” di Riccardo Marchina

Gli aerei che volano al crepuscolo commettono peccato perché violano la pace del cielo. Disturbano il fragile equilibrio del cosmo e fanno tremare le stelle anche quando non è la notte di San Lorenzo. La luna riflette la luce del sole in questo spicchio di mondo. Illumina le parole e gli schiamazzi della gente che tira tardi e di andare a dormire non ne vuole sapere. Ogni discorso è un frammento di storia e di vita vissuta. Ogni gemito è angoscia o serenità, divertimento o preoccupazione. Milioni di parole sono solo banali pettegolezzi, fiato e letteratura sprecati; altre risultano fondamentali per tenere in piedi il cielo. Ma questo è noto solo agli iniziati, a coloro che ricordano ancora di alzare la testa e godere dello spettacolo celeste. I pensieri più vari e assai disordinati, proprio come appaiono gli astri, accompagnano Asra sdraiata al buio. La intrattengono, quasi come una musica soave che conquista la sua mente nomade.
Sdraiata su un giaciglio di fortuna sul cassone di un carro in legno scoperchiato, Asra è solita addormentarsi in questo modo. Naturalmente predilige l’estate perché può farlo all’aperto e può godere dello spettacolo offerto dal soffitto del mondo. In una notte così ventilata, poi, è anche estranea al fastidio delle zanzare e agli odori molesti della latrina ricavata poco più in là.
Il carrozzone è scrostato dall’insistenza delle intemperie affrontate nel corso i lunghi anni in cui ha girovagato per l’Europa intera, ma è ancora un buon ricovero. Da uno dei paletti che servono per montare il tendone utilizzato in inverno, come capotte del mezzo, parte un filo dritto e bianco su cui sventolano stracci stesi, come bandiere di nazioni malconce.
Per terra, non distante dalle ruote, ci sono i tappeti su cui si stenderanno più tardi gli uomini. Loro arrivano sempre a notte fonda, solo quando le dita non riescono più a pizzicare le corde del violino per la stanchezza e l’usura. Se ne tornano solo quando le cantine chiudono e la gente se ne va a dormire ubriaca di vino e d’illusioni più o meno felici, fomentate dalla vita sociale.
Le donne hanno il privilegio di poter riposare prima e, anche se il viaggio non è ancora finito, possono consegnare al domani il loro drabarimòs.
Non ricordo quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho incontrato Asra. Non ho presente nemmeno in quale campo o periferia ci siamo incrociati. Chissà, tra cani spelacchiati dall’alopecia e cumuli di rifiuti ammassati sui marciapiedi.
Ma a me piace ricordarla così, mentre guarda verso l’alto le stelle del cielo, dal basso della Camargue, dove si trova, naturalmente di passaggio.
Mi sembra che la nostra amicizia, o meglio direi il nostro contatto, si sia chiuso con un atto informale un ciao, più simile a un “a domani”, che a un vero e proprio addio. E’ buffo che con certe persone ci si congedi con ufficialità un gran numero di volte, per ritrovarsi in qualche modo sempre o intralciarsi di nuovo, e con altre basti un ciao per non vedersi mai più.
La nostra conoscenza è stata più che altro scambio di informazioni… viaggio su due pianeti diversi: il suo quello dei rom (che poi nella sua lingua significa essere umano) e il mio quello dei gagè (semplicemente non rom).
Sono vecchie ciance, se non da bar, da centro d’ascolto o circolo parrocchiale, avvenute una manciata di anni fa.
Oggi lei sa che tra i gagè il posto di lavoro fisso è un miraggio, anche se quando glielo raccontavo non riusciva a capire il perché noi “non rom” ambissimo a farci imprigionare da un ufficio o una fabbrica; condivide l’idea che la letteratura sia una fuga dalla realtà, soprattutto quando questa è sempre uguale e monotona; ha chiaro che gli americani di oggi sono gli antichi romani della notte dei tempi o gli ottomani dell’epoca dei suoi bisnonni.
Abbiamo riso più di una volta della pubblicità passata per la radio di stato negli anni Settanta, recitata da annunciatrici fredde, scazzate e mono-tono. Ci siamo chiesti come certi vecchi possano pensare di curare la cirrosi epatica a colpi di stravecchie di prima mattina al bar della stazione.
Se non mi confondo, per lei il mondo è degli ubriaconi, dei rabdomanti dell’acquavite persi dietro un bicchiere di aceto con il sogno fisso del vino delle nozze di Cana.
Asra mi ha insegnato che la cultura, o meglio la tradizione degli zingari, è imbevuta di bibbia.
Tra le varie storie, come quella dello zingaro anziano e malconcio che si perde i bambini dal carro per tutto il mondo, lampante giustificazione della presenza gitana ovunque; o quella della cottura dell’essere umano, (il nero è troppo cotto, il bianco troppo poco, lo zingaro rosolato al punto giusto), ho saputo anche di credo più profondi. Gli zingari, ad esempio, sono certi della metempsicosi, ovvero della trasmigrazione dell’anima dopo la morte in oggetti, animali, persone o ambienti. Asra percepisce presenze ovunque e parla di esseri demoniaci come Nivasha o Phuvasha, di streghe e spiriti dei morti buoni.  Asra, come tutta la sua gente, è fatalista e karmatica cronica.
Nel suo mondo inafferrabile, compare l’anima di Papusza e della sua poesia… Mi ha insegnato che è la gente che non conta a meritare monumenti. Secondo lei sono solo alcune anime semplici e pure a mantenere in piedi questo mondo sempre più malato. “Allora, i pilastri che servono sono quelli che se ne stanno nascosti sotto terra, nell’anonimato?”, le ho chiesto irriverente io.
Asra ha cercato di farmi capire la pace, come la si deve cercare dentro di noi, e come si diffonde con il pensiero, senza il supporto d’inutili parole, di discorsi ovattati da improponibili e goffi altoparlanti.
Poi, un giorno, se n’è andata a drabarimòs.
Andare a drabarimòs, come mi ha raccontato, vuol dire vagare per chiedere l’elemosina, aiuto, o qualsiasi cosa. Drabarimòs è anche leggere la mano in cambio di compensi.
Asra sostiene che le profezie delle carte o quelle ricavate dalla decifrazione delle pieghe sul palmo bianco di genti pulite, siano utili solo a certe ragazzine, che confondono l’amore con la dissenteria e si lagnano in infiniti sospiri e mal di pancia. Tuttavia, non condivide il mio scetticismo sui fenomeni paranormali e si dichiara dedita alla comunicazione con il divino e l’occulto vero. Ben diversa la sua mente dalla mia. Figlio della religione laica, io credo che la preghiera del mattino corrisponda alla lettura del quotidiano, l’informazione.
“Se vuoi essere saggio, ascolta”, mi ripeteva sempre.
La parola drabarimòs viene da un’antica leggenda, tramandata da un rom kalderash dell’Argentina, probabilmente arrivato dalla Russia. In pratica, la divinità O Del (un dio biblico) avverte i rom di lasciare in fretta e furia il paese in cui si trovano. L’onnipotente ha infatti deciso di punire ferocemente il re dei gagè e tutta la sua gente. Gli anziani nomadi si preoccupano perché sono consapevoli di non avere mezzi per affrontare l’esodo. Ma O Del li rassicura dicendo che potranno ottenere tutto il necessario dalle donne non rom. “L’unico sforzo che vi chiedo è quello di mandare le vostre mogli a farsi consegnare gioielli, vestiti e cibo”. O Del spiega agli anziani che le donne gitane non troveranno resistenza perché si occuperà lui stesso di stordirle nella mente e renderle malleabili. “Prenderete ciò che vi serve per il vostro pellegrinaggio sulla terra”, detta O Del come suo comandamento.
Quando Asra mi ha raccontato questa leggenda ho subito pensato che il viaggio dei Rom non è ancora terminato e immagino questa storia ogni volta che vedo una ragazza ubriaca che sia a una cena, a una festa o a ballare; o quando incontro certe signore distratte e assenti, decisamente restie a capire. Sono situazioni volute da O Del? Poi, medito in tranquillità e cerco l’apparire in lontananza di gonne lunghe a fiori e foulard colorati.
Ogni tanto, immagino che Asra voglia ancora farmi scivolare gentilmente qualcosa  nella mente, che abbia ancora qualche perla da insegnarmi, utile per questo mio cammino… E la cerco fin dove la vista riesce ad arrivare.

Riccardo Marchina, autore de LA PIAZZA DELLA ZINGARA

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2 Responses to ““Il viaggio” di Riccardo Marchina”


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