Archivio per agosto 2009

Andar per fiere

Dando uno sguardo agli eventi dei prossimi mesi, ecco un elenco, che non ha pretese di completezza, di fiere “a tema” per chi è felice di leggere, felice di scrivere:

Fine settembre –  Torino – Portici di carta – Festa dei lettori
08-11 ottobre – Roma – Romics –  Festival del fumetto e del cinema d’animazione
09-11 ottobre – Pisa – Festival del Libro –  Spazio indipendente per gli editori indipendenti
Seconda metà di ottobre –  Orbassano – To – Festa del libro
5-8 dicembre – Roma –  Più libri più liberi – Fiera nazionale della piccola e media editoria.

Vi invito a segnalare eventuali altri eventi che sarò lieta di inserire sul blog.

Grazie e… bentornati!

Nicoletta

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Pillole dalla calda Calabria

Mari_Laura_CateIl 17 agosto a Girifalco (CZ) si è svolto un evento veramente unico ed emozionante: tra “serate girifalcesi”   ricche di musica,  danze,  folklore e fiere  è stata inserita la presentazione del nostro libro.

“… scrivemmo così una lettera d’invito al sindaco di Girifalco, chiedendo a gran voce la vicinanza, il sostegno e l’affetto da parte di quella gente abituata a vedere il  mondo esterno attraverso le persiane chiuse…”
Io non immaginavo neppure, allora, di quanto affetto e solidarietà “quelle persone” fossero capaci di offrire! Nella serata del 17 agosto, nella suggestiva piazzetta dell’Annunciata, la cittadinanza di Girifalco si è raccolta intorno a noi, per ascoltare la presentazione del nostro libro “Cercando Fabrizio”, che parla della sua scomparsa, della sua famiglia ed anche di… loro.
Ho ascoltato per la prima volta un calabrese, il prof. Antonio Domenico Cristoforo, leggere alcuni brani del libro con il suo accento, dando vita alle frasi scritte nel loro dialetto… : una “magia”…!
Con il loro silenzio durante le ben due ore di presentazione, non hanno smesso un attimo di comunicarci tutto il loro affetto e la loro solidarietà.
Il sindaco, Rocco Signorello, degno rappresentante di tanta umanità, è stato sempre vicino alla famiglia Catalano ed ha cercato in ogni modo di esprimere la sua partecipazione al loro immenso dolore…
Anche Michele Mellace, in rappresentanza del sindaco di Collegno, ha fatto sentire tutto il calore che la nostra città piemontese non ci ha mai fatto mancare.
Io, pugliese trapiantata in Torino, ho visto per la prima volta questa magnifica terra di Calabria, ma il calore che ha bruciato la mia pelle sulla spiaggia, non è stato più forte di quello che i girifalcesi mi hanno trasmesso con i loro sguardi, i loro abbracci, le raccomandazioni di stare sempre vicina alla loro “Teta”…

Marilù Tomaciello

“…Teta mia, figghiammà, cara de màmmata… Santu Ruoccu mio, facìtili la grazzia…”HPIM5538
Teta, quel nomignolo con cui i miei famigliari mi hanno sempre chiamata, ha ripreso vita quella sera, nella piazzetta dell’ Annunciata.
Le parole di don Antonio, che ha commentato il nostro “Cercando Fabrizio…” mi hanno profondamente colpito. Ha saputo cogliere degli aspetti che, pur essendo ben presenti tra le righe, non erano chiaramente scritti. Ha parlato, in particolare, delle figure di Ezio mio marito e di mio figlio Alessio.
Con gran delicatezza ha paragonato Ezio alla figura di San Giuseppe, sempre nell’ombra della sua “sacra famiglia”, ma sempre al loro fianco ed a loro sostegno. Alessio, poi, descritto come un adolescente dalla grande forza e maturità, che è stato capace di mettersi da parte, con le sue crisi adolescenziali, per far spazio a suo fratello, che meritava… “tutta la scena” durante gli anni delle ricerche.
Grande è stata la mia emozione, poi, quando abbiamo chiamato i volontari di Girifalco per donare loro una pergamena di ringraziamento per gli sforzi sin qui compiuti: tutti quei ragazzi, coetanei di Fabrizio, facevano la fila per abbracciarmi e stringermi la mano ed io sentivo in loro… l’odore di mio figlio, che mi toccava e mi guardava attraverso i loro occhi luccicanti.
Le note musicali, poi, offerte dall’ Associazione “W.A.Mozart”, hanno saputo toccare le corde più profonde del mio animo ferito, specialmente quando hanno suonato e cantato “La vita è bella”, che tante volte il mio Fabrizio aveva meravigliosamente offerto a chi lo ascoltava, durante le mille occasioni di festa in cui portava con sé la sua magica chitarra.

Caterina  Migliazza Catalano
www.fabriziocatalano.it

Spiaggia

Era quella con i colori più belli: il verde scuro della macchia che tappezzava le alture, il bianco della sabbia e le almeno tre tonalità di azzurro del mare. Capo Ricuddi con la sua torre, unica traccia dell’opera dell’uomo, chiudeva a destra il panorama. Proprio davanti alla spiaggia c’era un isolotto che occupava con la sua mole la parte centrale dell’orizzonte.
Aveva deciso di trascorrere l’intera giornata al mare distesa sul lettino sotto l’ombrellone con un libro aperto davanti. Voleva dedicarsi al suo passatempo preferito: osservare. Nessuno avrebbe sospettato che attraverso gli occhiali da sole, invece di leggere, lei non si sarebbe lasciata sfuggire nemmeno un particolare.
Sistemò il pareo sul lettino, si sfilò le infradito, sedette e con gesti un po’ impacciati si tolse il caftano. La crema l’aveva già spalmata in camera, prima di colazione, in questo modo avrebbe potenziato l’azione protettiva, e poi era così fastidioso avere quell’unto sulle mani che, non si sa come, finiva sempre col trovarsi ricoperte di sabbia.
Non le restava che sdraiarsi e iniziare.
Non era, per fortuna, una di quelle spiagge infestate da bambini urlanti e da madri prive di ogni pietà per le orecchie dei vicini di ombrellone: gli occupanti erano per lo più adulti con una buona percentuale di giovani donne e giovani uomini che facevano bella mostra di sé sulla battigia, che attraversavano la passerella diretti al piccolo chiosco, che giocavano coi racchettoni nei pochi spazi rimasti liberi.
Sui lettini restavano mature e rotonde signore in costumi dai colori cupi, qualche viso pallido dalla pelle delicata e qualche altra ragazza come lei, con troppi chili in più per sentirsi a suo agio. Ce n’era una due ombrelloni più in là, il suo sguardo era tra il triste e il rassegnato, si copriva gli occhi con una mano per vedere qualcuno che, in acqua, la salutava e le faceva segno di raggiungerlo, non si era nemmeno tolta il prendisole.
Due file più indietro un’altra proprietaria di forme più che giunoniche fornita di compagno longilineo stava soffiando in un bicchierino per raffreddare il caffè che lui le aveva appena portato. Anche a lei sarebbe piaciuto bere un caffè ma solo il pensiero di alzarsi in piedi, rinfilarsi il caftano, arrivare al chiosco sotto gli occhi di tutti e ritornare le fece scomparire all’istante la voglia, meglio distrarsi con l’osservazione.
Gambe snelle, pelli ambrate, bikini colorati e ridottissimi, glutei di velluto: ecco cosa veniva offerto agli sguardi maschili quella mattina. Era tutto un gioco di occhiate, i fortunati partner di tali meraviglie viventi erano fieri di esibire la loro donna e nel contempo non si lasciavano sfuggire nulla di ciò che veniva mostrato altrove. Del resto, gli occhi sono fatti per guardare, no?
Decise di procedere in maniera ordinata partendo da un lato della spiaggia e spostando progressivamente la visuale: sulla riva, una sirenetta si faceva fotografare dal fidanzato, bikini turchese che spiccava su un’abbronzatura perfetta, non si vedevano segni bianchi, catenina d’argento alla caviglia, capelli biondi e ricci raccolti in una coda alta. Si atteggiava a modella, braccia dietro la testa click, mano sui fianchi e labbra sporgenti click, sorriso malizioso e gamba piegata tipo fenicottero click. Poi fu la volta delle foto in acqua: sdraiata sul bagnasciuga lambita dalle onde click, supina click, prona click. Per togliersi la sabbia di dosso la sirenetta si tuffò in acqua seguita a ruota dal fidanzato in un viluppo di braccia e gambe. Sembravano calamitati, quei due.
In prima fila sotto l’ombrellone, una bruna mozzafiato in posizione orizzontale si faceva spalmare la crema, si era tolta il reggiseno e il fortunato fruitore di quel corpo, con la scusa della crema, le metteva le mani dappertutto insistendo particolarmente sull’interno coscia.
Tre lettini più in là una venere dalla pelle nera si stava sistemando il tanga. I laccetti scendevano dai fianchi e si riunivano al centro dove un filo si perdeva tra le natiche. Il seno era a stento contenuto da due triangoli striminziti. Ad ogni suo movimento, il brillante che portava all’ombelico mandava bagliori intermittenti attirando, come se ce ne fosse stato bisogno, l’attenzione su di lei. Il suo compagno: bianco, maturo e ricco quanto basta, la guardava rapito dall’estasi.
Da lontano le giunse una specie di miagolio, una voce femminile alta e fastidiosa. Si guardò intorno e, dopo un po’ riuscì a individuarne la proprietaria: una rossa lentigginosa e filiforme non smetteva di gesticolare rivolta al paziente consorte a cui non restava che annuire facendo ben attenzione ad essere sincronizzato con il tono di voce di lei che si alzava e si abbassava in un lungo monologo.
Si gustò la scena fino a quando finalmente la rossa sembrò calmarsi e dopo aver indossato un paio di occhiali da sole da diva anni ’30 si sdraiò sul lettino concedendo all’uomo un po’ di tregua.
Ritornò con lo sguardo alla bruna che era ancora oggetto delle attenzioni dello spalmatore folle: i suoi gesti le ricordavano un servizio che aveva visto in televisione sulla stagionatura del prosciutto crudo in cui mani maschili in primo piano cospargevano accuratamente di pregiato grasso di maiale ogni coscia già preparata per la fase di asciugatura.
La sua attenzione si spostò su un gruppo di donne a mollo con l’acqua a metà gamba. Abbronzate e ciarliere indossavano quelli che le riviste di moda e attualità definiscono bikini-gioiello: concepiti in modo da restare al loro posto solo a patto di rimanere pressoché immobili e talmente incrostati di strass, pietre, lustrini, perline che non sono davvero l’ideale per bagnarsi. E poi, per quale motivo rovinare tali autentiche meraviglie?
Ricordò che spesso aveva notato che le donne, specie quelle piuttosto appariscenti, non vanno al mare per nuotare. Si installano con le loro pari al massimo a tre metri dalla riva e si confidano, guardano, commentano tra loro in una versione esibizionista e occidentale dell’hammam ma di fare il bagno o nuotare no, proprio non se ne parla. Al massimo, quando hanno il compagno a portata di mano, gli si avvinghiano al collo e restano lì, appese al loro salvagente umano con l’acqua che a malapena arriva alle spalle. Mostrano un timore malizioso accompagnato da gridolini infantili. Che sia verità o finzione poco importa:  al giorno d’oggi le occasioni offerte agli uomini per far emergere il loro ancestrale istinto di protezione e possesso sono così rare che un contentino, almeno in vacanza, bisogna pur concederlo.
Improvvisamente si accorse che il rumore delle onde che faceva da sottofondo non era più lo stesso, sembrava che qualcuno avesse alzato il volume. Anche gli altri se ne accorsero e la spiaggia si immobilizzò per un attimo come in un fermo-immagine. Lei si alzò in piedi per vedere meglio quando dall’acqua si alzò un urlo stridulo seguito da un altro e poi da un altro ancora. Alcuni uomini si tuffarono e iniziarono a procedere verso il largo.
Qualcosa si muoveva in superficie e si avvicinava. La prima a sparire fu la sirena bionda, strappata dalle braccia del compagno che cercava di aiutarla a raggiungere il bagnasciuga. Gridando venne tirata sotto. Ormai tutti si affollavano sulla riva, terrorizzati e impotenti.
Le donne che stavano chiacchierando in acqua cercarono di uscire urtandosi e spingendosi a vicenda. Una di loro cadde all’indietro e facendo una scia di schiuma gorgogliante si inabissò. Le altre tentarono di afferrarla ma nessuna di loro riuscì a toccare la riva. Vennero inghiottite una dopo l’altra nella scia di schiuma che le trascinò in profondità.
Si vide un gigantesco tentacolo grigio-argento uscire dall’acqua. Velocissimo ghermì la bruna con tutto il lettino  che in un attimo sparì tra le urla di lei. Il compagno restò impietrito accanto al posto vuoto, ancora con il tubo di crema in mano.
La nera in tanga era in piedi sulla riva, curiosa e inorridita al tempo stesso si faceva scudo con il corpo del partner. La punta del tentacolo le artigliò la caviglia e la prese con sé. Un altro tentacolo raggiunse la rossa che, con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata venne trascinata sulla sabbia e, senza emettere un suono, scomparve in acqua.
Il gorgoglio si spense. Il rumore delle onde tornò quello di sempre.
Tutto era durato pochi istanti.
Gli uomini che si erano tuffati erano illesi. Le donne superstiti si cercarono con lo sguardo. Sulla spiaggia erano rimaste lei, la ragazza in prendisole e l’altra donna che stringeva ancora tra le dita il bicchierino di caffè. Si fissarono senza parlare e insieme individuarono una alla volta le mature signore dal viso impallidito sotto l’abbronzatura, in piedi accanto ai lettini.
C’erano tutte.

Nicoletta

Pillola d’arte: Monet – il tempo delle ninfee

Milano, Palazzo Reale – 30 aprile-27 settembre 2009 – Le grandi Ninfee, i capolavori dell’arte di Claude Monet, per la prima volta a Milano.

10Nel 1890 Claude Monet, il padre dell’impressionismo, acquista la casa e il giardino di Giverny, lungo la Senna, a nord di Parigi. Fino ad allora egli aveva sempre condotto un’esistenza da nomade, alla ricerca dei mutamenti della luce, dalla Normandia all’Italia, dall’Inghilterra alla Norvegia.

Quando acquista la casa di Giverny, Monet è a metà della sua vita.

In questa casa vivrà il resto della sua lunga vita, cercando senza sosta di realizzare quella che considera ormai la fonte di ispirazione più importante per la sua arte: il suo giardino. Accanto al giardino francese, con i fiori che ha piantato in un primo tempo, egli costruirà il suo giardino giapponese: qui, in uno stagno circondato da salici, fioriranno le più diverse specie di ninfee.

Proprio a questi trent’anni della sua vita, al “tempo delle ninfee”, è interamente dedicata la mostra allestita nelle sale nobili di Palazzo Reale a Milano.

Testo e immagine tratti dal sito http://www.mostramonet.it


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pubbli_volario Illustrazione di Valeria Tomasi
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