Alzarsi dalla propria poltrona per andare in cucina a prendere un bicchiere d’acqua è una cosa che non richiede né impegno, né attenzione. Lo si fa e basta.
Alzarsi dal computer per consultare un libro e poi sedersi di nuovo, è una azione del tutto trascurabile, anche se necessaria.
Ti accorgi solo dell’eroicità di questi movimenti quando il male ti impedisce la normalità degli atteggiamenti. Allora cominci a calcolare: adesso per alzarmi è meglio che giri su un fianco oppure faccio scendere per prima la gamba destra. Una volta con i piedi a terra, quali sono gli appoggi più vicini? E al fondo della stanza, per girare a sinistra mi appoggio alla stipite o con una passo in più raggiungo il lavandino?
E’ una situazione totalmente altra. Le cose che ciascuno fa senza pensare diventano oggetto di ponderazione. Di calcoli sulla propria efficienza, di sani bilanciamenti tra il volere e il potere. Se riesci a far quadrare bene i conti ti senti un eccellente stratega, se no, più che un fallito, senti dolori che ti montano da tutte le parti.
Non erano pensieri di grande valore filosofico, neppure regole dettate dall’economia del proprio fisico, ma cazzate di prim’ordine di uno che sta sdraiato tutto il giorno ascoltandosi per capire da dove il dolore monti, quale sia la sua lunghezza d’onda, e come possa essere utilizzato per scandire la progressione del tempo.
E il segno peggiore dell’invalidità arrivò col rialzo dell’asse del gabinetto.
Dal nuovo livello diede una occhiata in giro e scorse sul fondo della vasca da bagno una confezione di medicine. Doveva essere cascata dal mobiletto sopra il bagno quando aveva fatto l’inventario della pillole che gli mancavano. Si disse che doveva pur raccogliere quella scatola. Poteva sedersi sul bordo del bagno, chinarsi, ma sapeva che per la sua schiena era troppo pericoloso.
Si fosse seduto per terra, di fianco alla vasca, poetava allungare un braccio e prendere la scatola, ma poi, sarebbe riuscito ad alzarsi?
L’unica soluzione gli sembrò quella di far scorrere l’acqua nel bagno, e una volta raggiunto il livello desiderato, poteva prendere la confezione, tanto le pillole erano incapsulate in contenitori di plastica. L’istinto ecologico ebbe la meglio, avrebbe buttato via una vasca d’acqua, equivalente dell’acqua di cui i avevano bisogno quattro famiglie africane per sopravvivere.
Pertanto uscito dal bagno disse con noncuranza alla moglie: “C’è una scatola di medicine nel bagno, potrebbe essere il Tiklid”, sicuro che la scatola sarebbe ritornata al suo posto. Uscì dal bagno spossato mentalmente.
Vennero giorni peggiori, vennero viaggi in ambulanza, vennero giorni migliori quando l’operazione permise di sedersi, e di dimenticare il conteggio dei passi.
Reputò l’operazione un successo, anche se vedeva gli altri operati muoversi con maggiore scioltezza. “Ma sono più giovani” si diceva. Uscì, venne accompagnato a casa, i dolori erano senz’altro diminuiti, ma non come si aspettava.
Che cosa può fare chi non riesce a recuperare le proprie capacità deambulatorie?
Inevitabilmente ci pensa, poi comincia a capire quali saranno le proprie autonomie future, e si accorge di quante limitazioni avrà. Quando era costretto al letto, sentiva con ansia l’approssimarsi della notte, rimanere sveglio per ore, e tentare di girarsi era una condizione di chiamiamola pure infelicità.
Ora, da quando aveva recuperato una parte di mobilità da renderlo indipendente, vedeva la notte come liberatoria, perché dormiva, con l’aiuto del sonnifero, e ritrovava la via del sonno malgrado le usuali corse in bagno, e in letto non aveva dolori di alcun genere.
La felicità della prima doccia, dopo che gli erano stati tolti i punti. E la felicità ancora maggiore del primo bagno, con l’autonomia dell’alzarsi senza aiuto alcuno. Altro che ricerca delle pastiglie di Tiklid.
Una delle ragioni per cui doveva migliorare era che durante una domenica di giugno sarebbe stata battezzata Alice, e Chiara e Roberto gli avevano chiesto di esserle padrino.
Raccattò una sedia, tra i banchi delle prime file, e cercò di concentrarsi sull’importanza della proposta e su come fare il padrino. La schiena doleva e non riusciva a seguire né le parole di Padre Cesare, e neppure l’importanza del momento. Doveva bilanciarsi sulla sedia, c’era una situazione di alternanza sull’appoggio delle chiappe.
Guardava gli angeli sparsi per la Chiesa, si raccomandava a loro per comportarsi bene, per non fare smorfie ogniqualvolta si alzava e credo che alla fine l’aiuto degli angeli fu essenziale.
Poi tornò il problema della doccia. Lo stare a letto per più di un mese gli aveva peggiorato la situazione di una vena, la safena sinistra, contorta e pieni di bugnoni. Uno di questi si era incattivito e il dottore quando lo vide sentenziò: Tromboflebite, che vuol dire se hai una vena contorta non farti venire i bugnoni altrimenti…
E l’altrimenti venne alla prima visita di controllo: “Adesso che la vena è meno infiammata, la operiamo. Venga lunedì, a digiuno”.
Si tratta solo di una notte, è vero, il giorno dopo ti mandano a casa, ma la notte in ospedale è tremenda. Una flebo d’acqua nel braccio, devi fare pipì, non sai farla nel pappagallo a letto, ma devi alzarti, e fa male, e lo stimolo a fare pipì non passa, quattro volte in un’ora. Poi viene un nubifragio, finisce la flebo, ti sembra di tornare normale anche perché in bagno ci vai da solo. E orni a casa, ma nel frattempo niente docce, lavarsi a pezzi, e il caldo aumenta. Sì, l’operazione ti lascia solo buchi, 16 punti, cosa vuoi che sia, ma devi mettere una calza elastica, ci sono ematomi lungo tutta la gamba, sarebbe meglio scendere e allontanarsi dal tuo io. Invece ci stai attaccato. senti l’odore del sudore mal lavato, ma con che io devi convivere, non si può fare niente di diverso?
No.
Luglio 2009
Pier Giorgio Mora, autore di: La grande casa rossa
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