Il romanzo di Nella Re Rebaudengo “Gli asciugamani in tinta” è costruito in modo rapsodico, a brevi capitoli, dove il più lungo è di un paio di pagine e il più breve conta appena qualche riga. In questi giorni l’ho letto tre volte (per la presentazione al Circolo dei Lettori) e potrei liquidarlo dicendo che è un lungo disperato racconto che parla di persone alto-borghesi molto squallide che agiscono in modo falso e spudorato. Eppure il romanzo ha una sua oscura bellezza, è di grande tragicità, attira nella lettura e a tratti, devo confessarlo, risulta persino divertente.
I personaggi sono dei campioni di cinismo infantile. Si muovono all’interno di appartamenti ordinati, puliti, curati, e questo ordine mette ancor più in risalto il loro disordine interiore. Nelle loro case nulla stride, mentre fuori tutto è squallore. Fuori c’è una città quasi onirica, sudicia, buia, che nasconde luoghi notturni dove i personaggi cercano di colmare il loro vuoto interiore con atti di sopraffazione. È una giungla e solo il più forte riesce a sopravvivere: il più forte, cioè colui che meglio esercita il cinismo e la finzione.
Fra tutti i personaggi Matteo è quello che maggiormente incarna queste contro-virtù. Lui passa indenne attraverso tutte le tragedie e le disgrazie delle donne che gli ruotano intorno. Le donne gli corrono dietro perché è un bel ragazzo, alto, prestante, e pratica il sesso con l’impegno di uno sportivo. Matteo è il campione di quel vuoto morale che tutti i personaggi, in una certa misura, possiedono.
La vera protagonista del romanzo è la suicida Mariapaola e la sua propaggine Carlotta, colei che sceglie di andare a vivere nel suo appartamento, convinta di essere non solo in grado di tenere sotto controllo tutti gli oggetti ancora presenti nell’alloggio (innanzitutto il diario della suicida) ma pure godendo di ciò che sta facendo, anche se ha una qualche intuizione di quanto possa diventare pericoloso. Infatti alla fine Carlotta non riuscirà a tenere sotto controllo nulla, e la suicida prenderà possesso di lei. Il diario è un oggetto magico: leggendolo, Carlotta viene come per magia abitata da chi l’ha scritto. Dopo la lettura, Carlotta agirà come posseduta da Mariapaola e Mariapaola la utilizzerà per compiere la sua personale vendetta. (E questo è l’aspetto horror del romanzo).
Le esistenze di questi personaggi sono non solo intrecciate, ma intricate fra di loro; un personaggio dipende dall’altro e in questo intreccio di rapporti i loro caratteri prendono forma e si sviluppano. La storia del romanzo è la somma delle loro storie, intese come vicende personali, ma anche come relazioni interpersonali.
Il problema è che nessuno si domanda mai come si stia comportando. Queste persone agiscono, si sposano, comprano case, fanno figli, ma non si chiedono che cosa stanno facendo della loro vita, come la stanno usando e soprattutto quali responsabilità abbiano verso se stessi e le persone vicine a loro. Vivono in un vuoto dove non c’è spazio per la verità: tutto è finzione. La loro preoccupazione maggiore è non far trapelare nulla di se stessi.
Ed è qui che sta la pornografia: nella finzione dei sentimenti e delle emozioni.
I personaggi del romanzo vivono dentro un cerchio di solitudine dove nessuno riesce a penetrare. In Carlotta la solitudine genera spazi (cioè vuoti) interiori che possono venire occupati da altri. Livia è sola nel suo amore per la letteratura (e sposa un uomo ignorante; bello, ma ignorante e infingardo). La suicida Mariapaola così si esprime: “fosse per i miei amici, parenti, amori e nonamori, non verrei mai ritrovata…”. La solitudine porta anche alla paura e all’accettazione di situazioni degradanti e assurde.
Il sesso, il non-amore, le relazioni dove si finge in continuazione e si dice il contrario di quello che si pensa, la pornografia dei sentimenti, la mancanza di verità nei rapporti interpersonali, la crudeltà mentale, la sporcizia sono altre tematiche importanti nella narrazione. Le donne sono tutte troie, gli uomini tutti maiali che non capiscono niente. Le donne fingono il piacere e l’amore, Matteo non si dà nemmeno la pena di fingere, lui è uno sportivo del sesso, e non si domanda mai niente.
Le coppie si sposano ma non sanno nemmeno loro perché lo fanno. Carlotta almeno spera di essere felice col suo Stefano, ma la vendetta di Mariapaola sta già crescendo dentro di lei…
La ricerca dell’amore occupa un posto preponderante nel romanzo. Questo è un libro dove tutti vogliono l’amore, ma lo vogliono senza convinzione e si arrendono subito. Non hanno il coraggio, non hanno la forza, non hanno i nervi per cercarlo davvero, questo amore, e si arrendono prima ancora di cominciare a cercarlo sul serio. Depongono le armi prima di cominciare la battaglia. Si accontentano di surrogati fisici (pornografici). E allora cosa rimane? Rimane semplicemente il non-amore (Mariapaola, dal suo diario: ”Sguazzo in una melma piatta e vischiosa come il non-amore. E come ci sguazzo bene…”).
Che cosa è il non-amore?
Io credo che il non amore sia l’assoluta mancanza di senso di responsabilità (Matteo: “Non mi sembra di poter essere ritenuto responsabile del suo gesto… e poi non era mica di primo pelo…”, dimostrando nessun sentimento di fronte alla morte; “Non che mi consideri colpevole di qualcosa, ci mancherebbe. Era una a cui piaceva il cazzo, Mariapaola”).
La vendetta arriva nell’ultima pagina. È inevitabile che, alla fine, qualcuno paghi per tutto questo mondo di finzione, di disprezzo verso gli altri, di falsità e di corruzione. Invece di sparare per vendetta con precisione sul o sui responsabili della sua sconfitta, Mariapaola spara nel mucchio (e questo è un altro elemento che fa del romanzo un horror, perché non è il più cattivo che alla fine paga).
Marisa Porello
(dal blog http://marisaporello.wordpress.com)
Nella Re Rebaudengo, Gli asciugamani in tinta, Neos Edizioni, 2010.



Illustrazione di Valeria Tomasi

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