La porta si aprì in modo insolitamente silenzioso e, del tutto inaspettatamente, la vide che ballava. Del tutto inaspettatamente appunto: in sottofondo una musica di Paolo Conte, lei perduta in un suo incanto, l’espressione rapita. Ondeggiava piano col gatto sulla spalla sinistra. Gli accordi di pianoforte un po’ stridenti e un violino in fuga melodica punteggiavano una situazione surreale. Lentamente, come abbracciata, lei ballava in penombra. Il gatto, mollemente abbandonato sulla spalla, fuso con il suo corpo e il suo sentire: entrambi apparivano magici, come la musica un po’ aspra, come l’atmosfera intorno. Perduti in un incanto, lei forse anche in un ricordo, lontana, come imprendibile, mentre la realtà (lui tornava dopo tre giorni di lavoro e 1300 chilometri) irrompeva fatalmente nel sogno. Ma che sogno poi?
Lei fu felice di vederlo e sollecita si occupò di lui, dei preparativi per la cena, del gatto che richiedeva miagolando raucamente la sua razione serale di cibo; riferì telefonate, incontri, s’informò del suo lavoro, lo rasserenò come tante altre volte riusciva a fare con la sua imprevedibilità, con banalità vivaci o i suoi stupori culturali…


Illustrazione di Valeria Tomasi

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